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Auto made in Usa spedite in Giappone. La mossa di Honda che strizza l’occhio alla Casa Bianca

Alcune migliaia di Integra Type S e Passport partiranno da Ohio e Alabama con guida a sinistra alla volta del mercato jap. Per alleggerire le tensioni commerciali tra Washington e Tokyo
Auto made in Usa spedite in Giappone. La mossa di Honda che strizza l’occhio alla Casa Bianca
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Cosa non si farebbe per accontentare i capricci del Tycoon e della sua amministrazione? Sentite qui: la giapponese Honda produrrà auto negli Usa per esportarle…in Giappone. Si, esatto. La logica di questa scelta illogica è dare un contentino al presidente Trump. Ma andiamo con ordine: da circa quattro decenni, Honda costruisce negli States automobili destinate al mercato nordamericano, fra cui quelle a marchio Acura, che hanno una connotazione premium. Ora, però, alcuni modelli “Made in Usa” (assemblati in Ohio e Alabama) dei due brand saranno impacchettati e imbarcati, destinazione Giappone.

Una decisione che ha poco a che fare con le reali esigenze commerciali del colosso nipponico, ma che ha una significativa valenza geopolitica. L’invio di veicoli costruiti negli Stati Uniti verso il Sol Levante è, infatti, una risposta diretta alle pressioni dell’amministrazione Trump, volta a ridurre la cronica disparità della bilancia commerciale tra USA e Giappone. Sicché, attraverso questa “esportazione inversa”, Honda mira a stemperare le tensioni doganali che hanno caratterizzato l’ultimo anno, dimostrando buona volontà nel bilanciare gli scambi economici transoceanici.

Ecco quindi che sulle strade del Sol Levante finiranno, per la prima volta, la Acura Integra Type S, versione più raffinata e potente della nota Civic (equipaggiata con motore 2.0 turbo da 320 CV), e il massiccio suv Honda Passport (con motore V6 da 3,5 litri), che ha una vocazione che contrasta nettamente con le vetture più compatte solitamente diffuse nelle metropoli giapponesi. Il paradosso del paradosso? I due modelli che saranno venduti in Giappone conserveranno la guida a sinistra, nonostante in Giappone la guida sia a destra.

Una scelta evidentemente dettata dalla volontà di contenere i costi industriali di conversioni che costerebbero milioni. Un investimento presumibilmente non giustificato dai volumi di esportazione, che si preannunciano esigui. Insomma, saranno eventualmente i giapponesi a doversi adattare alle auto nipponiche fatte per gli yankee. L’arrivo dei primi esemplari nelle concessionarie dell’arcipelago è previsto per la seconda metà del 2026.

Sebbene Honda non abbia ancora rilasciato un target numerico preciso per le vendite di Acura in Giappone, si stima che i volumi non saranno “di massa”: come scritto poc’anzi, si tratta piuttosto di un’operazione di immagine. Si parla, pertanto, di poche migliaia di unità: storicamente, le operazioni di “importazione inversa” di Honda (come quando il costruttore portò l’Accord Coupé o l’Odyssey dagli USA al Giappone negli anni Novanta) si sono assestate su volumi tra le 3.000 e le 5.000 unità all’anno. Sufficiente, però, per saziare la sete di “buy American” di Washington.

L’operazione (strategica) di Honda si inserisce peraltro in un contesto più ampio, che vede anche altri giganti nipponici, come Toyota, pronti a importare modelli nati in America, come Tundra o Highlander. Si profila così un futuro scenario urbano dove le strade di Tokyo vedranno convivere le minuscole “kei car” locali con imponenti SUV e berline sportive “nate e cresciute” nel Midwest americano, in un esperimento commerciale dal sapore quantomeno stravagante. Per semplificare le cose, infine, Tokyo ha recentemente snellito le procedure di certificazione per i veicoli statunitensi, permettendo l’omologazione tramite revisione documentale anziché costosi test locali. La ciliegina sulla torta.

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