Il caffè fa dimagrire? Parla Matteo Bassetti: “Attiva il metabolismo e fa aumentare il dispendio energetico dal 3% al 12%, ma attenzione a non esagerare”
Il caffè fa dimagrire? È questa una delle domande più ricorrenti fatte dagli italiani a Google. A rispondere, in una lunga e dettagliata intervista al Corriere della Sera, è Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie Infettive del Policlinico San Martino di Genova. L’infettivologo parte da una chiara revisione storica: «Per anni è stato guardato con sospetto, come un piacere da concedersi con moderazione. Eppure il caffè — simbolo dell’italianità nel mondo — può offrire diversi benefici». Tutto questo, avverte lo specialista, «a patto di non esagerare».
Sulla delicata questione della perdita di peso, la risposta di Bassetti non lascia spazio a facili illusioni, pur confermando le proprietà metaboliche della bevanda: «Detta così potrebbe essere fuorviante. La caffeina è conosciuta per la sua capacità di aumentare leggermente il metabolismo basale, perché stimola la produzione di calore e l’utilizzo dei grassi come fonte di energia». I dati mostrano infatti che può aumentare il dispendio energetico dal 3% al 12%, migliorando anche la performance fisica e riducendo il senso di fatica. Il verdetto è quindi pragmatico: «In sintesi, la caffeina può essere un aiuto nel percorso di dimagrimento, ma non è una soluzione miracolosa o sufficiente da sola». E la condizione imprescindibile per goderne è che il caffè venga «consumato nero, senza zucchero né aggiunte caloriche come panna o topping».
Uno scudo per il cuore, il cervello e il microbiota
Privata degli zuccheri, la tazzina si rivela «una bevanda ricca di sostanze bioattive». La protagonista assoluta è naturalmente la caffeina, «un alcaloide in grado di bloccare l’adenosina — molecola che favorisce il sonno e riduce l’attività neuronale — aumentando lo stato di vigilanza, l’attenzione e la capacità di concentrazione: non a caso è spesso alleato di chi studia o lavora molte ore».
Ma la vera ricchezza clinica si nasconde altrove: «Il caffè contiene polifenoli e altre molecole bioattive con azione antiossidante e antinfiammatoria», spiega Bassetti. «Questi composti contribuiscono a contrastare lo stress ossidativo e a proteggere le cellule dai danni dei radicali liberi». L’esperto elenca infatti come numerosi studi abbiano associato la bevanda a una minore incidenza di infarto, ictus e diabete di tipo 2, oltre a suggerire «un possibile effetto protettivo nei confronti di patologie neurodegenerative come Parkinson e Alzheimer». Nuove e affascinanti frontiere si aprono anche per l’intestino: citando studi apparsi su Nature Microbiology, Bassetti sottolinea come i composti del caffè «possano modulare la composizione e la diversità delle comunità microbiche intestinali, influenzando metabolismo, risposta immunitaria e processi infiammatori sistemici».
Le dosi sicure e l’impatto sulla longevità
Questo complesso impatto biologico si riflette inevitabilmente anche sui dati relativi all’aspettativa di vita. «Non si può affermare che il caffè renda longevi in senso stretto», chiarisce subito l’infettivologo, «ma le evidenze scientifiche indicano che un consumo moderato è associato a una maggiore aspettativa di vita». Le statistiche parlano di una riduzione della mortalità per tutte le cause intorno al 15-17% per chi beve regolarmente due o quattro tazzine al giorno. Pur precisando che si tratta di dati osservazionali che «non dimostrano un rapporto diretto di causa-effetto», Bassetti ammette che la bevanda, sempre senza zuccheri aggiunti, «può inserirsi in uno stile di vita favorevole alla longevità».
Ma qual è il limite da non superare per un adulto sano? «La soglia di sicurezza si aggira intorno ai 400 milligrammi di caffeina al giorno, equivalenti a quattro o cinque tazzine di espresso», precisa il medico. Prudenza viene raccomandata in gravidanza (massimo 200 milligrammi) e per chi soffre di insonnia, ansia, ipertensione o gastrite. Viene sfatato, invece, il mito del “coprifuoco” serale: «Non esiste un orario universale. La caffeina ha un’emivita media di 4-6 ore, ma può variare significativamente da persona a persona». Un richiamo all’attenzione viene fatto per i bambini sotto i 12 anni: pur non essendoci controindicazioni assolute, «è prudente evitarne il consumo abituale». Un divieto che però, fa notare Bassetti, dovrebbe valere soprattutto per «energy drink o soft drink zuccherati, che hanno un impatto metabolico spesso peggiore. Preferisco dire: ridimensioniamo il pregiudizio. Il rito quotidiano del caffè può dunque restare un piacere consapevole, non un vizio da espiare».