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“Acque agitate”, anche il settore della pesca in Egitto è finito nelle mani dell’esercito

L’obiettivo dell’azione del governo avrebbe dovuto essere quello di rilanciare la produzione ittica locale e far diminuire povertà e disoccupazione. È successo esattamente il contrario
“Acque agitate”, anche il settore della pesca in Egitto è finito nelle mani dell’esercito
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L’organizzazione non governativa italo-egiziana EgyptWide ha pubblicato un rapporto sul costo, dal punto di vista dei diritti umani, dell’acquisizione da parte delle forze armate del Cairo del settore della pesca e dell’allevamento ittico. Questo processo, avviato nel 2017 e giunto a conclusione nel 2020, ha prodotto un peggioramento senza precedenti delle condizioni socio-economiche delle comunità dei governatorati di Kafr el-Sheikh, Alessandria e Damietta e numerosi arresti in occasione delle proteste.

L’obiettivo dell’azione del governo avrebbe dovuto essere quello di rilanciare la produzione ittica locale e far diminuire povertà e disoccupazione. È successo esattamente il contrario: le imprese avviate nei laghi Ghalioun, Burullus, Manzala e Mariout hanno aggravato le condizioni di vita delle comunità locali la cui sussistenza dipendeva dalla pesca.

A queste, infatti, è stato vietato l’accesso alle acque senza alcuna comunicazione preventiva, la concessione di nuove licenze di pesca si è rivelata un percorso intenzionalmente fitto di ostacoli burocratici, non sono stati forniti risarcimenti per la perdita di reddito e le persone colpite sono finite nelle trappole della povertà e dell’indebitamento.

In questa vicenda s’intrecciano pratiche economiche autoritarie e prive di trasparenza e violazioni dei diritti economici e sociali che colpiscono gli strati più deboli della società egiziana.

Nulla di nuovo ma ne esce ulteriormente confermata la natura predatoria e non sostenibile dell’intervento delle forze armate nell’economia egiziana.

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