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“Grazie a Dio, non devo spazzare”: la storia di Daniel Casper, skip del Team Usa di curling affetto dalla sindrome di Guillain-Barr

L'atleta americana solo un anno fa era in preda ai dolori: "Non sapevo se avrei mai più giocato". Si è guadagnato la qualificazione a Milano-Cortina in extremis, senza mai perdere la sua ironia nonostante la malattia: in uno sport di concentrazione, spicca per una leggerezza disarmante
“Grazie a Dio, non devo spazzare”: la storia di Daniel Casper, skip del Team Usa di curling affetto dalla sindrome di Guillain-Barr
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C’è stato un momento, non molto tempo fa, in cui Daniel Casper fissava il soffitto della sua stanza chiedendosi se avrebbe mai più camminato normalmente. Altro che lanciare una pietra su una lastra di ghiaccio. Era la primavera del 2024 e il suo corpo, improvvisamente, aveva smesso di rispondere. Le mani non obbedivano, le gambe tremavano, il dolore era continuo. La diagnosi arrivò dopo mesi di paura: sindrome di Guillain-Barré, una rara patologia neurologica in cui il sistema immunitario attacca i nervi del corpo. Per uno skip di curling, il cervello e le mani della squadra, sembrava una sentenza definitiva. Oggi, meno di due anni dopo, Casper è ufficialmente uno dei volti del Team USA del curling maschile ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026.

Una qualificazione che ha il sapore di una vittoria molto più grande di qualsiasi partita. “Penso che sia importante fermarmi ogni tanto e ricordare da dove ero partito”, ammette al sito web olympics.com, con tono riflessivo. “Solo un anno fa non sapevo se avrei mai più giocato a curling. Ora sono semplicemente grato di essere qui”. In mezzo, mesi di farmaci, fisioterapia, ricadute, dubbi. E una stagione, la 2024-25, vissuta quasi interamente ai margini, costretto a guardare i compagni da lontano mentre il suo corpo cercava lentamente di ritrovare equilibrio. Il ritorno sul ghiaccio non è stato immediato né indolore. Casper stesso ammette di non sentirsi ancora al top della forma quando scende sul ghiaccio. Sorride e scherza, però, come se nulla fosse. “Ho un sacco di gente che mi aiuta”, dice. “E almeno, grazie a Dio, non devo spazzare”.

È il suo modo di esorcizzare la paura: trasformare la fragilità in carburante. A volte, confessa, usa il ricordo della malattia come una provocazione silenziosa nei confronti dell’avversario: un anno fa non riusciva a camminare, oggi è sul ghiaccio a contendersi una medaglia olimpica. Il curling, in fondo, era scritto nel suo destino. Nonostante sia cresciuto a New York, non certo la città statunitense simbolo di questo sport, il suo legame familiare con questa disciplina è strettissimo. La prozia Carla Casper partecipò alle Olimpiadi di Calgary nel 1988, mentre il prozio Tom allenò la nazionale maschile statunitense a Nagano nel 1998. Un filo che attraversa generazioni e che nemmeno una malattia così debilitante è riuscita a spezzare.

Eppure Daniel Casper non è il classico skip glaciale e silenzioso. È l’anima della squadra: detta la strategia di gara, scherza spesso con gli avversari e si concede persino siparietti con i tifosi sugli spalti. In uno sport che predilige il controllo emotivo, lui spicca per esuberanza. “Mi fa giocare meglio”, racconta alla NBC. La squadra lo sa e lo asseconda: gli concede sempre quel minuto per essere semplicemente se stesso. Il percorso verso Milano-Cortina, però, non è stato affatto lineare. Gli Stati Uniti hanno mancato la qualificazione diretta attraverso i Mondiali e hanno dovuto passare dall’Olympic Qualification Event di Kelowna: l’ultima, durissima occasione. Un torneo in cui ogni vittoria pesava come un macigno. Per Daniel Casper esserci era già una conquista, uscirne con il pass olimpico in tasca è stato il sigillo definitivo di una straordinaria rinascita.

La sua squadra ha dovuto superare avversari esperti e un movimento internazionale in forte crescita. “Non credo che il nostro livello sia calato”, spiega. “Sono gli altri che sono migliorati, e quindi anche noi dobbiamo continuare a farlo”. A 24 anni, Daniel Casper porta sulle spalle una storia che molti atleti non vivono in una carriera intera. Dolore, incertezza, la paura di dover smettere troppo presto. Eppure arriva alle Olimpiadi con una leggerezza disarmante, forse insidiosa per gli avversari.

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