Batteri fecali nel cocktail? Meglio evitare la fetta di limone o di arancia nel drink. Matteo Bassetti: “E’ una delle cose che ne contiene di più in assoluto”
Potrà pure dare quel tocco in più al proprio drink o anche essere semplicemente un dettaglio “glamour”, ma quella fettina di limone o d’arancia che galleggia nel bicchiere potrebbe celare nemici “invisibili” della nostra salute. A lanciare l’allarme sui social è Matteo Bassetti, direttore della Clinica Malattie Infettive dell’Ospedale Policlinico San Martino di Genova, secondo il quale le guarnizioni di frutta nei cocktail sarebbero tra gli oggetti con la più alta concentrazione di batteri fecali, tra cui il temibile Escherichia coli. “Vi sarà sicuramente capitato di volere una fettina di limone o d’arancia dentro una bibita”, dice l’infettivologo. “Ebbene, sapete che è una delle cose che contiene in assoluto più batteri?”, aggiunge. Un semplice pezzo di agrume può quindi trasformarsi in una minaccia biologica.
Questo a causa, essenzialmente, di due fattori critici: le mani e la buccia. Secondo l’infettivologo, il problema è infatti duplice. Da un lato c’è l’igiene del personale: molto spesso gli operatori maneggiano la frutta senza guanti o senza aver lavato accuratamente le mani dopo altre operazioni (o dopo essersi toccati viso e vestiti). Dall’altro il lavaggio approssimativo dell’agrume: la buccia è porosa e trattiene tutto ciò con cui viene a contatto, dai residui agricoli ai germi ambientali. Se il limone non viene spazzolato e igienizzato prima del taglio, tutto ciò che sta fuori finisce dritto nel drink.
Uno studio condotto qualche anno fa dalla Clemson University, negli Usa, ha messo in evidenza che le guarnizioni di frutta potrebbero costituire la causa di malattie. A volte è capitato anche che le mani venissero contaminate da Escherichia Coli. In queste situazioni i batteri venivano trasferiti ai limoni e al ghiaccio nel 100% dei casi. Se i limoni erano asciutti, i batteri avevano il 30% di probabilità di contaminarli.
Un drink senza…niente
Le conclusioni sono state evidenti, dopo un monitoraggio di 21 ristoranti. Alcuni penserebbero che l’alcol aggiunto al cocktail potrebbe svolgere un’azione antisettica. Non è proprio così, perché lo studio ha spiegato che i batteri non vengono uccisi nemmeno dalle miscele alcoliche più forti, come scotch o tequila. L’unico modo per difendersi da questi problemi di sicurezza alimentare è costituito dal buon senso e dalle buone pratiche igieniche. I consumatori dovrebbero sempre assicurarsi di essere consapevoli del modo in cui il cibo e le bevande nei locali vengono manipolati.
Ma attenzione prima di bandire per sempre il gin tonic dalle nostre vite, è bene contestualizzare. Il messaggio di Bassetti non punta a terrorizzare, ma a sollevare il velo su una carenza di protocolli igienici spesso sottovalutata nel mondo della ristorazione. Non è la fettina in sé il nemico, ma la superficialità con cui viene gestita. Un limone tagliato su un tagliere sporco, lasciato all’aria per ore e poi ripescato con le dita è, a tutti gli effetti, un veicolo di microrganismi che preferiremmo non incontrare.
Oltre a sperare nella diligenza del bartender, l’occhio del cliente può fare la differenza. Osservare la pulizia del bancone, l’uso delle pinzette per guarnire o la freschezza della frutta esposta è il primo passo. E se proprio volete essere sicuri? Forse, per questa volta, meglio chiedere una bibita “senza niente”, godendosi il sapore del drink senza il brivido dell’infezione.