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Cos’è il norovirus, il “virus del vomito invernale” contratto dalle atlete finlandesi alle Olimpiadi: “Non è legato all’influenza, bastano poche particelle per l’infezione”

Quattro atlete isolate al Villaggio Olimpico. Il virologo Pregliasco: "Resiste settimane sulle superfici"
Cos’è il norovirus, il “virus del vomito invernale” contratto dalle atlete finlandesi alle Olimpiadi: “Non è legato all’influenza, bastano poche particelle per l’infezione”
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Non è l’influenza stagionale e non è il Covid-19, ma un patogeno altrettanto insidioso per la sua elevata capacità di diffusione negli ambienti comunitari. Il Norovirus, noto in ambito clinico come responsabile della forma più comune di gastroenterite non batterica e ribattezzato «virus del vomito invernale», ha fatto irruzione ai Giochi Olimpici di Milano-Cortina. Il focolaio ha colpito la nazionale femminile di hockey su ghiaccio della Finlandia: quattro giocatrici sono risultate infette, costringendo lo staff medico ad annullare allenamenti e conferenze stampa e a isolare atlete e compagne di stanza. Il medico della squadra, Maarit Valtonen, ha confermato l’attivazione immediata dei protocolli di biocontenimento all’interno del Villaggio Olimpico e nelle strutture sportive, con sanificazioni profonde per spezzare la catena di contagio. Ma perché questo virus desta tanta preoccupazione in un contesto di convivenza forzata come quello olimpico?

Il virus: elevata infettività e resistenza

Il Norovirus appartiene alla famiglia dei Caliciviridae ed è un virus a RNA a singolo filamento. La sua caratteristica principale, come spiega al Corriere della Sera Fabrizio Pregliasco, professore di Igiene generale e applicata alla sezione di Virologia dell’Università Statale di Milano, è l’estrema contagiosità: «Bastano poche particelle virali per dare vita a un’infezione». A livello globale, si stima che questo agente causi circa 685 milioni di casi all’anno. La sua diffusione avviene per via oro-fecale: il vettore può essere cibo o acqua contaminati, ma anche il contatto diretto con superfici infette.

A differenza di altri virus respiratori o enterici più labili, il Norovirus mostra una notevole resilienza ambientale. «Resiste sugli oggetti anche per alcune settimane e sopporta temperature elevate», chiarisce Pregliasco. Questo significa che maniglie, rubinetti, ripiani o attrezzature sportive toccate da un soggetto infetto possono rimanere contagiosi a lungo. Se una persona tocca queste superfici e poi porta le mani alla bocca, il virus viene ingerito, avviando la replicazione. Questo spiega l’alta incidenza di focolai in ambienti chiusi e confinati (navi da crociera, ospedali, scuole e, appunto, villaggi olimpici).

Incubazione e sintomi

Il periodo di incubazione è breve, variando dalle 12 alle 48 ore dal contatto. L’esordio è solitamente acuto e caratterizzato da sintomi gastrointestinali violenti:

  • Nausea e vomito (spesso improvviso e incontrollabile, tipico nei bambini e negli atleti sotto sforzo).
  • Diarrea acquosa.
  • Crampi addominali.
  • Possibile febbricola.

Sebbene il quadro sintomatologico possa apparire drammatico, l’infezione è generalmente autolimitante e si risolve spontaneamente in un arco temporale che va dalle 12 alle 72 ore. Tuttavia, avverte Pregliasco, non bisogna sottovalutare le complicanze: «Il rischio più grave è la disidratazione, soprattutto per bambini, anziani e soggetti fragili». Nei casi in cui vomito e diarrea non siano controllabili con farmaci da banco, può rendersi necessario l’accesso al Pronto Soccorso per una reidratazione per via endovenosa.

Terapia e mutazioni: perché non c’è un vaccino

Attualmente non esiste una terapia antivirale specifica per il Norovirus. Il trattamento è puramente di supporto, basato sul riposo e, soprattutto, sulla reintegrazione dei liquidi e degli elettroliti persi. Una volta superata la fase acuta, il recupero avviene tramite una dieta leggera e frazionata. La prevenzione farmacologica è ostacolata dalla variabilità genetica del virus. Esistono almeno quattro genogruppi principali che infettano l’uomo, capaci di mutare rapidamente. «L’immunizzazione acquisita dopo l’infezione dura solo qualche mese», specifica il professor Pregliasco. Questo implica che non si acquisisce un’immunità permanente e si può essere infettati più volte nel corso della vita, rendendo complessa la messa a punto di un vaccino efficace.

Come prevenire il contagio

In assenza di vaccini, l’unica barriera efficace è l’igiene rigorosa. L’Istituto Superiore di Sanità (ISS) raccomanda misure stringenti per contenere i focolai, fondamentali non solo per gli atleti olimpici ma per la popolazione generale:

  • Igiene delle mani: Lavaggio accurato e frequente con acqua e sapone (i gel alcolici sono meno efficaci su questo virus rispetto ad altri) prima di toccare qualsiasi alimento.
  • Gestione degli alimenti: Non manipolare cibo se si è indisposti o affetti da gastroenterite, e astenersi dal farlo fino a tre giorni dopo la guarigione clinica.
  • Disinfezione ambientale: Sanificare con prodotti a base di cloro tutte le superfici, i tessuti (tovaglie, grembiuli, lenzuola) e gli utensili potenzialmente contaminati.
  • Sicurezza alimentare: Consumare solo cibi di provenienza certificata e prestare massima attenzione agli alimenti crudi o poco cotti (come frutti di mare e verdure), veicoli primari dell’infezione.
  • Isolamento: Eliminare scorte alimentari potenzialmente contaminate e separare i soggetti a rischio (come in asili o case di riposo) dalle aree di preparazione dei pasti.

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