La schedatura come prassi: anche a scuola si nota un sensibile cambiamento nell’aria che tira
La schedatura come prassi. Due notizie differenti, ma a loro modo convergenti.
La prima. Una decina di giorni fa la Direzione Generale per gli Affari Internazionali del Mim ha inviato una nota agli Uffici Scolastici Regionali, invitandoli ad avviare una rilevazione degli alunni palestinesi presso le istituzioni scolastiche italiane per l’anno scolastico in corso, corredata da una sezione facoltativa riguardante informazioni specifiche su eventuali percorsi di inserimento appositamente predisposti. La notizia si diffonde in occasione della richiesta inoltrata dall’Usr Lazio, in realtà preceduta da quella dell’Usr Lombardia, che addirittura fissava la data di chiusura del censimento al 3 dicembre.
Alla prontissima reazione di Usb e FLCgil, che hanno immediatamente pubblicato un comunicato in cui sostanzialmente chiedevano spiegazioni rispetto ad una richiesta irrituale e sospetta, è stato risposto da Carmela Palumbo, capo dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione del Mim: “E’ un monitoraggio che facciamo sulla falsariga di quanto abbiamo fatto per degli studenti ucraini: non abbiamo nomi e cognomi ma solo numeri divisi per regioni e ordine scolastico, con particolare attenzione con chi deve sostenere gli esami”.
La risposta non ha convinto nessuno, considerata la profonda differenza tra le due situazioni e l’assenza totale di una programmazione specifica, da parte del ministero, di un piano di integrazione – con risorse ad esso destinate – per gli studenti e le studentesse palestinesi. Gli studenti dell’Osa in alcune città italiane hanno organizzato presidi di contestazione.
Voltiamo pagina, solo per modo di dire. Distrarsi da questi segnali significa non voler fare i conti concretamente con un cambiamento sensibile nell’aria che tira. Ce ne eravamo accorti sin dall’inizio di quest’anno scolastico, con l’incredibile stop alle discussioni sul genocidio palestinese, imposto ai collegi dei docenti in settembre dall’Usr Lazio. Uno stop che non ha impedito la massiccia partecipazione del mondo della scuola ai due straordinari scioperi del 22 settembre e del 3 ottobre.
A proposito di aria che tira, è recentissima la notizia che da Palermo a Cuneo, passando per Pordenone, Prato, Brescia, si sta diffondendo un curioso (per usare un eufemismo) sondaggio di Azione Studentesca, movimento legato a Gioventù Nazionale, i “ragazzi” di Fratelli d’Italia. La campagna si chiama “La scuola è nostra!” (nostra di chi? Di un gruppetto di facinorosi nostalgici?), inaugurata in dicembre; l’intento è quello di stilare un report nazionale attraverso un questionario di poche domande, alcune delle quali relative alle condizioni della scuola (edilizia, viaggi di istruzione), apparentemente neutre. Neutre, però, non sono quelle finali: “Hai uno o più professori di sinistra che fanno propaganda durante le lezioni? Descrivi uno dei casi più eclatanti”.
Riccardo Ponzio, presidente di Azione studentesca, ha respinto con scarsa efficacia l’ondata di indignazione che è seguita alla diffusione della notizia, precisando che il questionario riguarda anche i temi precedentemente citati; la sezione dedicata alla propaganda, ha affermato, chiede di descrivere eventuali casi, ma non di fare nomi. “Non stiamo schedando nessuno; semmai vogliamo far emergere una realtà che molti fingono di non vedere. Chi si indigna, forse, teme di perdere il controllo su cosa accade in classe”: finalmente qualcuno in grado di aprire gli occhi a coloro che fingono di non vedere di quale pasta sono fatti i/le docenti italiani/e.
Il ragazzo non sa – o finge di non sapere – che, sebbene il malgoverno della scuola sia stato trasversale, il centrodestra detiene indubbiamente il primato della propensione alla denigrazione e al dileggio dei docenti, con argomenti molto simili a quelli da lui e dai suoi usati. Nel 2007, ad esempio, Gianfranco Fini – che meno di un anno dopo sarebbe diventato presidente della Camera – dichiarò al Corriere della Sera: “I nostri figli sono in mano a un manipolo di frustrati che incitano all’eversione”. Il più pittoresco fu un deputato – Fabio Garagnani – approdato, dopo rocamboleschi avvitamenti, in Forza Italia. Oltre che per una proposta di legge del 2010, finalizzata a sostituire la celebrazione del 25 aprile con quella del 18 aprile (elezioni politiche del ’48), era diventato protagonista di una vera e propria mania delatoria nel 2001, all’epoca del ministero Moratti, con la proposta di inserire nelle scuole telefoni-spia per i casi di “estrema politicizzazione, snaturamento dei fatti storici e di attacchi all’attuale governo”, contro i prof “comunisti” in cerca di prede indifese: “Segnalare esperienze di metodica e faziosa propaganda politica attuata da certi insegnanti nelle ore di lezione rientra nell’ambito della normale attività di un parlamentare”.
Rimane indimenticabile l’espressione di Massimo D’Alema quando, a Ballarò, nel 2009, Berlusconi indicò tra i “poteri forti nelle mani della sinistra le scuole superiori” (naturalmente aggiungendo anche la magistratura e le procure della Repubblica). Sospendo qui il tragicomico repertorio, perché il tempo non ha lavorato a favore dei docenti, da questo punto di vista. L’epoca era diversa e gli anticorpi del Paese, benché già traballanti, parevano reggere. Ora viviamo in un mondo impazzito, dove sopraffazione, delazione, repressione, securitarismo sono all’ordine del giorno, e devono essere normalizzate, perché tutto continui a funzionare; perché la “sicurezza” che hanno in mente sia garantita.
In un mondo in cui le scuole solo raramente mantengono integra una visione coesa dei principi da salvaguardare senza se e senza ma, con dirigenti scolastici sempre più asserviti alla logica della compressione degli spazi di conflitto e di esercizio della libertà di insegnamento. In un mondo in cui l’antifascismo (su cui è fondata la Costituzione) è impunemente definito “catechismo politico forzato” dalle associazioni giovanili contigue al partito della presidente del Consiglio. Dalla quale auspicheremmo di ascoltare parole chiare in merito ad entrambe le situazioni, lontane ma vicine, che ci parlano – da fronti diversi – di una necessità di controllo sulla vita delle persone e sulla loro libertà. Oltre che di una paurosa deriva, alla quale dobbiamo reagire; perché la schedatura potrebbe non essere più un tabù.