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Daniele D’Ambrosio e i volontari dell’ospedale Bambino Gesù di Roma: “Assistiamo i genitori per restituire loro il sorriso”

Ingegnere e docente, una volta andato in pensione ha scelto di dedicare un po' del suo tempo agli altri: "C’è un percorso formativo non banale: ho dovuto studiare e sostenere due esami, seguire tre corsi e fare quaranta ore di tirocinio"
Daniele D’Ambrosio e i volontari dell’ospedale Bambino Gesù di Roma: “Assistiamo i genitori per restituire loro il sorriso”
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Accoglie con un sorriso i genitori che arrivano trafelati e preoccupati in compagnia di un bambino che piange, è malato, ha un’urgenza. Con la massima calma e tranquillità, unita a un’innata gentilezza e un rassicurante cartellino verde, Daniele D’Ambrosio indirizza chi arriva al Pronto Soccorso dell’Ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma nel posto giusto: al triage, alla sala di attesa, negli ambulatori.

Daniele è un volontario, ma un volontario un po’ speciale: perché non solo ha alle spalle una lunga carriera come ingegnere e come imprenditore di Digital marketing, ma anche un presente ricco di ruoli e attività: insegna all’Università LUISS di Roma, è membro da oltre vent’anni dell’associazione Rotary Club Roma Leonardo da Vinci della quale è anche stato presidente per un periodo – il progetto dei volontari in ospedale nasce dal Rotary stesso – è un appassionato sciatore e velista e membro del Consiglio Direttivo e Tesoriere dell’Associazione Coro Lost on Friday ODV.

Come è arrivato a scegliere di passare alcune ore a settimana dentro un pronto soccorso pediatrico? “Quando sono andato in pensione, dopo una vita piena di impegni lavorativi e familiari”, racconta, “ho sentito che era il momento del cosiddetto ‘give back’. Ovvero di restituire alla società parte della fortuna ricevuta. Parlo anche bene le lingue e ho pensato che questa competenza potesse essere utile in un contesto simile, perché al Pronto Soccorso arrivano anche tanti stranieri”. Quello che fa Daniele può sembrare un’attività semplice, invece non lo è. Infatti, tra l’altro, ha richiesto molta formazione. “Tutte le attività di volontariato dell’ospedale sono verificate da una Commissione Internazionale che controlla la qualità delle attività ospedaliere. D’altronde i volontari qui sono centinaia e c’è un ufficio apposito che li coordina: da chi fa clown terapia, a chi va con la macchina a prendere il latte materno dalle madri che ne hanno in abbondanza per portarlo qui, a chi fa vaccinazioni nei campi rom. C’è un percorso formativo non banale: ho dovuto studiare e sostenere due esami, seguire tre corsi e fare quaranta ore di tirocinio. È necessario essere formati, qui arrivano persone di tutte le etnie e culture, non sempre tutti si fanno aiutare, devi conoscere bene l’ospedale perché spesso capita di accompagnare alcune persone in visita, bisogna conoscere anche tutte le norme di sicurezza”.

Daniele viene qui tutti i martedì pomeriggio, alternandosi durante gli altri giorni con gli altri volontari, per coprire tutti gli orari. Ma è un’attività semplice, oppure ci sono aspetti critici? “I genitori arrivano ovviamente spesso preoccupati”, risponde, “ma a volte anche arrabbiati: magari sono stati mandati via da un altro ospedale, hanno attraversato la città o vengono da fuori Roma, a volte sono stressati di essere fuori dal loro ambito usuale e possono reagire male, alzare la voce, protestare per i tempi troppo lunghi, quindi sono attraversati da sentimenti difficili. Noi dobbiamo aiutarli in questo momento difficile, con un sorriso, con la presenza fisica, accompagnandoli, informandoli, ma anche provando a spegnere l’agitazione o la rabbia. Insomma, c’è una parte operativa e una psicologica. Purtroppo in alcuni giorni le attese sono lunghe, specie per chi ha bisogno di interventi ortopedici che richiedono tempo. Cerco di adoperarmi anche su questo fronte, se ho informazioni sui tempi per ridurre l’ansia dei genitori”.

Oltre a questo, Daniele spesso diventa un interfaccia tra i bisogni dei genitori e gli infermieri: “Magari c’è una mamma che ha bisogno di un pannolino, una a cui occorre riscaldare il latte: allora vado dalle infermiere, dico il nome e la necessità, poi glielo porto”. Passare quel pomeriggio tra genitori in ansia, infermieri e piccoli pazienti per Daniele è fonte di gratificazione: “Non è retorico: quando esco non so mai se ho più dato o ricevuto. La riconoscenza dei genitori mi dà molto di più di quanto può togliermi l’impegno. Cito un ricordo: una mamma chiaramente straniera e con il velo musulmano e che parlava pochissimo l’italiano, aveva una bimba che stava male, alla fine, ha risolto tutto, stava andando via ma prima è venuta da me, mi ha salutato e voleva offrirmi un caffè. Sembra una piccola cosa invece per me è stato tantissimo”.

Sempre con il Rotary Club Roma Leonardo da Vinci, Daniele è impegnato in altri progetti di volontariato: tra questi, con la Fondazione Longevitas e con il garante per i diritti degli anziani di Roma Capitale, porta avanti un progetto, da lui creato e di cui è responsabile, di contrasto all’ageismo. “Andiamo nei centri anziani a spiegare alle persone come utilizzare bene lo smartphone, come si manda una mail, come si usa lo Spid, come riconoscere le truffe digitali, ma anche come fare una videochiamata o una ricerca su Google: per le persone uscite da tanto dal mondo del lavoro questo significa un aiuto, anche per uscire dalla solitudine”. Un’attività di volontariato, insomma, non esclude l’altra. “’Là fuori’ c’è davvero tanto da fare”, conclude Daniele.

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