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Il messaggio di Jensen Huang a Davos è chiaro: l’intelligenza artificiale non va temuta, ma ‘abitata’

Il rischio non è perdere il lavoro, ma restare fermi mentre il cantiere cresce. E, come spesso accade, la partita vera è appena iniziata
Il messaggio di Jensen Huang a Davos è chiaro: l’intelligenza artificiale non va temuta, ma ‘abitata’
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Se a Davos vi fosse capitato di incrociare Jensen Huang, fondatore e Ceo di Nvidia, probabilmente non lo avreste riconosciuto. Eppure, è lui l’uomo che più di chiunque altro sta costruendo le fondamenta fisiche della rivoluzione dell’Intelligenza Artificiale. La sua visione è lontana dall’apocalisse ma anche dall’euforia cieca.

L’AI non è una moda né una bolla, ma un cambio di paradigma paragonabile all’avvento di Internet. Con una differenza decisiva, sta dando vita al più grande cantiere infrastrutturale della storia umana. Per capirlo, Huang invita a immaginare l’AI come una torta a cinque strati, tutti indispensabili e tutti già in costruzione. Il primo strato è l’energia. L’AI che ragiona consuma quantità enormi di elettricità. Senza una energia abbondante e stabile, preferibilmente pulita, l’intero edificio crollerebbe.

Il secondo strato è l’hardware. Chip specializzati, GPU, semiconduttori. È qui che Nvidia gioca in casa e la fa da padrone. I processori sono i mattoni del cervello digitale, senza i quali resterebbe solo pura teoria.

Il terzo strato è l’infrastruttura cloud. Significa data center, reti, servizi globali che ospitano l’hardware e rendono l’AI accessibile. Sono le nuove fabbriche del XXI secolo.

Il quarto strato è quello dei modelli di Intelligenza Artificiale. Sono sistemi capaci di comprendere il linguaggio naturale, le immagini, i suoni, il contesto di un discorso. Questo è stato il vero salto rispetto al software che conosciamo, rigido e “pre-registrato”. Oggi i computer – grazie a questi modelli di AI – interpretano il mondo non strutturato e ragionano in tempo reale.

Infine, il quinto strato, le applicazioni. È qui che l’AI diventa economia reale. Dalla diagnostica medica alla scoperta di farmaci, dall’industria alla finanza, fino ai servizi personalizzati. Si genera valore, lavoro, crescita.

La costruzione simultanea di questi cinque livelli sta già muovendo investimenti da milioni di milioni di dollari e sta trainando settori tradizionali come edilizia, energia, manifattura avanzata. Altro che distruzione del lavoro. Anzi. Huang porta esempi concreti, come la sanità.
L’AI analizza immagini mediche con precisione sovrumana, ma i radiologi non sono scomparsi, aumentano. Perché l’AI automatizza il compito, non lo scopo. Libera tempo per la relazione col paziente, per le decisioni complesse, per la cura vera. Lo stesso accade agli infermieri, sollevati da burocrazia e documentazione.

Il grande equivoco è credere che un lavoro coincida con le sue mansioni ripetitive. L’AI assorbe queste, lasciando emergere la parte umana, decisionale, creativa. E per chi teme di restare indietro, Huang rovescia il tavolo affermando che l’AI è il software più democratico mai creato. Si usa parlando, non programmando. Abbassa le barriere d’ingresso e offre persino ai Paesi meno avanzati la possibilità di sviluppare modelli propri, legati a lingua e cultura. Quanto all’Europa, la sfida, per il capo di Nvidia, è chiara. Dovrebbe puntare sull’AI fisica, quella che dialoga con il mondo materiale. Industria, robotica, chimica, biologia. In questi campi ha un vantaggio competitivo reale, se saprà investirci.

Il messaggio finale è chiaro, l’AI non va temuta, va “abitata”. Il rischio non è perdere il lavoro, ma restare fermi mentre il cantiere cresce. E, come spesso accade, la partita vera è appena iniziata.

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