Bangladesh, morta la leader Khaleda Zia: della sua storia ci resta una lezione scomoda ma necessaria
Quando ho letto la notizia della morte di Khaleda Zia, il 30 dicembre, ho provato una sensazione ambivalente. Secondo me non è solo scomparsa una ex leader politica: se n’è andato un pezzo di storia del Bangladesh e, nel bene e nel male, un simbolo di una stagione politica che oggi sembra sempre più lontana.
Io penso che fermarsi a un giudizio semplice, celebrativo o liquidatorio, sarebbe un errore. La sua vita politica merita di essere guardata con onestà, complessità e, soprattutto, memoria.
Khaleda Zia è stata la seconda donna nella storia a essere eletta Primo Ministro di uno Stato a maggioranza musulmana nel 1991, dopo Benazir Bhutto eletta nel 1988 prima donna in assoluto a guidare un Paese musulmano.
Ritengo che Khaleda Zia abbia rappresentato qualcosa di straordinario già solo per il contesto in cui ha operato. In un Paese musulmano, densamente popolato, profondamente conservatore e patriarcale come il Bangladesh, una donna che arriva a guidare il governo non è mai un fatto neutro. A mio avviso è un atto politico in sé, quasi una sfida culturale. Vedova di Ziaur Rahman, presidente assassinato nel 1981, Khaleda Zia avrebbe potuto restare una figura defilata, simbolica. Invece scelse di entrare in politica, di guidare il Bangladesh Nationalist Party e di affrontare il potere a viso aperto.
Io penso che la sua vittoria nel 1991, alle prime elezioni democratiche del Paese, resti uno dei momenti più importanti della storia bengalese. Secondo me quel primo mandato fu davvero un passaggio chiave: rafforzamento del parlamentarismo, attenzione allo sviluppo sociale, politiche a favore delle donne. Non era poco, soprattutto in un Paese che usciva da anni di instabilità e governo militare. E in quel periodo Khaleda Zia incarnò una speranza concreta di democrazia.
Ma sarebbe disonesto, e io non voglio esserlo, ignorare le ombre. Ritengo che la sua carriera sia stata segnata anche da gravi errori come accuse di corruzione, scontri durissimi con le istituzioni, boicottaggi elettorali che hanno indebolito la fiducia nel sistema democratico. La feroce rivalità con Sheikh Hasina ha polarizzato il Paese per decenni, trasformando la politica in una guerra personale e dinastica. Secondo me, quella contrapposizione ha fatto più male che bene al Bangladesh.
Eppure, penso che proprio qui emerga la complessità della figura di Khaleda Zia. Negli ultimi sedici anni, mentre il governo diventava sempre più autoritario, lei è rimasta il volto dell’opposizione. Anche malata, anche detenuta, anche politicamente isolata. E credo questo conti molto. Non cancella gli errori, ma li colloca in una storia più ampia di resistenza e di lotta per lo spazio democratico.
Allargando lo sguardo, secondo me la sua vicenda va letta insieme a quella di altre donne che hanno sfidato sistemi patriarcali nel mondo islamico. Io penso soprattutto a Benazir Bhutto. La sua carriera in Pakistan ha dimostrato che una donna può “dominare” la politica anche nei contesti più conservatori, usando carisma, legittimità popolare e una narrazione che unisce tradizione e modernità. Credo fortemente che Benazir Bhutto abbia aperto una strada mentale prima ancora che politica, ispirando generazioni di donne in Asia meridionale.
Secondo me non è un caso che il Bangladesh sia stato guidato per decenni quasi esclusivamente da donne. Khaleda Zia e Sheikh Hasina non sono state eccezioni isolate: sono diventate il centro del sistema politico. Io ritengo che questo abbia avuto un impatto enorme sull’immaginario collettivo. Anche in una società patriarcale, l’idea che una donna possa governare è diventata normale. E questo, a mio avviso, è un lascito potente.
La morte di Khaleda Zia arriva però in un momento drammatico. Pensando alla recente ondata di proteste, alla caduta di un governo ormai percepito da molti come illegittimo, alla repressione, alla morte di giovani attivisti che chiedevano elezioni libere e diritti. Secondo me il Bangladesh sta vivendo una nuova frattura storica. E la scomparsa di una figura come Khaleda Zia rende questo passaggio ancora più simbolico, quasi un cambio definitivo di era.
Alla fine, io mi chiedo: cosa resta davvero di leader come Khaleda Zia? Resta una lezione scomoda ma necessaria. La democrazia non è mai pura, non è mai lineare. È fatta di compromessi, di errori, di personalità contraddittorie. Resta anche una domanda aperta per il Bangladesh di oggi: saprà la nuova generazione raccogliere il testimone della lotta democratica, senza ripetere le stesse guerre di potere?