Liliana Segre non partecipa a un impegno al Memoriale, Jarach: “Provata dagli insulti”. Il figlio: “È stanca”. Chiuse le indagini per le minacce

Liliana Segre non ha partecipato a un’iniziativa al Memoriale della Shoah, dove ieri, mercoledì 22 gennaio, è stata inaugurata una mostra di Marcello Maloberti. La senatrice a vita, secondo lo stesso presidente del Memoriale, Roberto Jarach, era così “provata” dalla marea di insulti, soprattutto social, arrivati dopo le proiezioni del documentario sulla sua storia – ‘Liliana’ di Ruggero Gabbai che all’ultimo avrebbe deciso di rinunciare all’inaugurazione. Una versione poi smorzata dal figlio della stessa Segre che, parlando all’Adnkronos, ha precisato che la madre non ha preso parte all’iniziativa “a causa della stanchezza” e che, rispetto aglio insulti, è “sicuramente amareggiata” ma “non si fa intimidire”.
“Vorremmo che questi eccessi fossero frenati ed eliminati”, ha detto Jarach, sottolineando che “per la comunità ebraica questo è stato un anno di preoccupazione, abbiamo seguito con grande tensione quello che succede in Medio Oriente e questo primo rilascio di ostaggi ci fa sperare. Quello che noi speriamo è però che anche in Italia, indipendentemente da quello che succede e dalle idee politiche di ciascuno, cessino queste esternazioni d’odio che colpiscono persone come la senatrice Liliana Segre che certamente non merita questi attacchi”. Attacchi che, appunto, secondo Jarach, mercoledì “l’hanno portata a rinunciare a venire a una iniziativa al Memoriale della Shoah, perché non se la sentiva, perché ha vissuto una giornata veramente incredibile”. “Ci sentiamo regolarmente – ha precisato Jarach all’Ansa – spesso mi dice ‘sono stanca’ degli insulti”. “Quello che è già uno stato d’animo di stanchezza” si è sommato ieri “a una giornata molto calda”, per questi insulti ricevuti via social, “e alla fine ha detto ‘non me la sento di uscire’ – ha proseguito Jarach -, non ha detto ‘non me la sento di fronteggiare le situazioni’, perché lei ha sempre dimostrato coerenza e capacità di rispondere a queste situazioni”.
Quanto affermato da Jarach però, secondo il figlio di Liliana Segre, Luciano Belli Paci, “non è esatto” e la madre avrebbe già deciso di ridurre gli impegni “perché stanca”. La senatrice non sarà presente neanche all’evento previsto per il 27 gennaio all’Università Statale di Milano, dove era prevista la proiezione del documentario di Gabbai, “ma solo perché sarà già a Roma per prendere parte all’evento centrale che si terrà il 28 gennaio al Quirinale”. Rispetto agli insulti “ci ha fatto l’abitudine ma non è tipo da fermarsi“, ha assicurato, ricordando che Segre, a 94 anni, parteciperà comunque a due incontri dedicati alla Memoria, quello al Quirinale e quello del 6 febbraio organizzato al Memoriale della Shoah dalla Comunità di Sant’Egidio.
“È stanca e ha ridotto gli impegni – ha spiegato – Certo non le fanno piacere gli insulti ma non si ritira”. “Già da un paio di anni abbiamo presentato querele per i casi più eclatanti. Qui è più complicato, perché i sono numeri tali che è anche di difficile gestione. Il documentario è distribuito in tutta Italia, ci sono decine di pagine di cinema che lo stanno pubblicizzando sui loro social e su ciascuna di queste pagine sono centinaia i commenti. Valuteremo per i casi peggiori e più pesanti, con il nostro penalista, le iniziative da prendere”, ha detto ancora Belli Paci a La Presse.
Per Jarach, “le parole sono pesanti, devono essere usate accuratamente, non bisogna abusare come ormai è quasi abitudine, come parlare di genocidio. Ma soprattutto evitare quelle espressioni d’odio che poi molto facilmente debordano in antisemitismo e che non fanno che creare ulteriori tensioni nella nostra società. Abbiamo bisogno di tranquillità e di obiettività. La comunità ebraica vive all’interno inserita nella società civile, siamo parte integrante, quindi non c’è nessun motivo di smuovere questo tipo di accuse”.
Proprio oggi, intanto, è arrivata la chiusura delle indagini per le minacce alla senatrice a vita. Dodici le persone persone accusate dalla Procura di Milano di diffamazione e istigazione a delinquere per motivi di odio razziale nei confronti di Liliana Segre. L’indagine coordinata dal pm Nicola Rossato e dal procuratore Marcello Viola ha portato anche alla richiesta di una quindicina di archiviazioni tra cui quella nei confronti di chef Rubio alias Gabriele Rubini.