L’elemento di continuità, nel passaggio in Regione Liguria dal caciccato di Claudio Burlando a quello di Giovanni Toti, si identifica in un personaggio che ama le penombre: l’ottantaquattrenne calabrese di Palmi (ma con accento genovese alla Gilberto Govi) Aldo Spinelli, signore del porto di Genoa in coabitazione con l’armatore salernitano-ginevrino Gianluigi Aponte di MSC, grande elemosiniere – in sequenza – prima di Claudio e poi di Giovanni. Il fatto è che l’avvento del secondo – paracadutato in Regione Liguria direttamente da Mediaset e trionfatore da illustre sconosciuto una prima volta alle elezioni perché il Pd gli aveva contrapposto la Lady Macbeth della Spezia, quella Lella Paita invisa un po’ a tutti (meno che a Matteo Renzi) – ha significato il passaggio dell’affarismo politico dalla dimensione artigianale alla gestione industriale. Infatti gli ambiti in cui trovare i polli da spennare erano sempre gli stessi (sanità e porti, più varie), solo che l’inquartato viareggino, sponsorizzato da Berlusconi agli inizi, aveva subito provveduto a operare un salto di qualità all’insegna della grandeur meneghina tipica del milanesizzato.

Difatti era noto da tempo negli ambienti genovesi che i beneficiati da parte della Regione dovevano lasciare il proprio obolo nelle casse della finanziaria totiana, dal nome in anglo-managerialese di prammatica: Change. Simbolo di un sistema di potere che ormai da tempo avvolgeva l’intera regione nelle sue maglie collusive e che si raccontava su un doppio registro: il tormentone berlusconiano della vittoria sui rossi (ormai carrieristi convertiti al rosé dei piani alti del Palazzo del Potere), ma che comunque ispiravano qualche riflesso condizionato da anticomunismo anni Cinquanta nella Genova benestante della nuova borghesia arricchita esentasse. Non a caso quando – con l’arrivo di Esselunga – venne rotto il monopolio ligure delle Coop all’orecchio dei Burlando e soci, Toti raccontò il cambio di marchio come l’epinicio dell’arrivo dei liberatori dall’occupazione pluridecennale nella distribuzione locale da parte delle cooperative emiliane trinariciute. Ora gli fa compagnia ai domiciliari il consigliere d’amministrazione del colosso lombardo della GDO, Francesco Moncada.

La narrazione che ha consentito di aggregare un blocco di consensi formato da abbienti e impauriti, maggioritario rispetto al tradizionale elettorato di sinistra, ormai sfiduciato e fatalista per il crollo etico e l’inerzia politica del personale dei tradizionali partiti di riferimento; ormai ridotti a montaliani ossi di seppia. Per di più, il riflesso condizionato Biscione assemblava alle tematiche cospirative sull’avvento dei cosacchi (metafora del “mettere le mani nelle tasche dei cittadini”, vulgo pagare le tasse) la riproposizione martellante dell’edonismo reaganiano aggiornato al look dei cuneesi al rum in carriera Briatore/Santanché. Il lusso come bulimia ostentativa da parvenu, icasticamente rappresentato da quel Twiga, santuario del cattivo gusto innaffiato da petroldollari, di cui il governatore si apprestava ad annunciare in conferenza stampa la clonazione a Ventimiglia, proprio questa mattina, prima di essere fermato dalla forza pubblica. Mentre stava facendo comunella con la quintessenza dell’italico cafonal: il sedicente imprenditore pizzaiolo Flavio Briatore.

Ora cosa succederà? Quanto appare certo è che Toti smetterà di tampinare la Meloni per un terzo mandato in Regione: carriera politica game over. Per il resto rimane ancora tutto da vedere. Anche perché la linea di continuità tramite passaggio di consegne al suo vice presidente Alessandro Piana non sembra facilmente percorribile visti i recenti guai nei quali costui era incappato per incontri notturni “birichini” in compiacenti ville appartate. Ma è ipotizzabile un commissariamento di Regione Liguria in assenza di precedenti? Mentre appare probabile che si vada a nuove elezioni in autunno.

Lascia comunque da pensare un segnale che da tempo ci giunge dall’estremo Ponente ligure: il crescente agitarsi di una vecchia conoscenza: quel settantaseienne Claudio Scajola che nell’imperiese si è rimpannucciato dopo una sequenza di celebri cadute (il rompicoglioni rivolto a una vittima delle BR, l’appartamento vista Colosseo, la liaison con i Matacena esuli a Dubai), facendo incetta di cariche: sindaco, presidente della Provincia, Commissario dell’ATO (consorzio idrico), ecc. Tanto da far pensare che U’ Ministru di altri tempi abbia ricevuto in anteprima qualche notizia riservata, magari da quegli ambienti che frequentava come responsabile degli interni nei governi Berlusconi. Così da fargli scattare la voglia di rientrare alla grande nel gioco politico. Magari come governatore a propria insaputa?

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