“La condotta di Scajola e della Rizzo è certamente strumentale a consentire a Matacena di protrarre la sottrazione all’esecuzione della pena che gli è stata inflitta”. Lo scrive il Tribunale di Reggio Calabria nella sentenza del processo “Breakfast” in cui l’ex ministro dell’Interno Claudio Scajola è stato condannato in primo grado a due anni di carcere. Nello stesso processo, a gennaio, è stato inflitto un anno di reclusione anche a Chiara Rizzo, la moglie dell’ex parlamentare di Forza Italia Amedeo Matacena, ancora oggi latitante a Dubai. Dopo cinque anni di dibattimento e 120 udienze, per la presidente Natina Pratticò e per i giudici Stefania Rachele e Mariarosa Barbieri “la vicenda dello spostamento di Matacena dagli Emirati Arabi in Libano si inserisce in un piano più articolato di protezione del latitante attraverso un reticolo di rapporti che ha origini precedenti alla stessa decisione di trasferimento del latitante”.

È questo l’aspetto più interessante di un processo nato da un’inchiesta della Dia coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo. Il Tribunale, infatti, ha condiviso l’impianto accusatorio della Direzione distrettuale antimafia che, nel 2014, ha arrestato l’ex ministro Scajola con l’accusa di aver favorito la latitanza di Matacena. Dopo aver analizzato le intercettazioni telefoniche tra l’attuale sindaco di Imperia e Chiara Rizzo, “non vi sono dubbi – è scritto nella sentenza – sul contributo causale di Scajola nel piano di spostamento del latitante”.

In altre parole, l’ex ministro “nutrendo sentimenti più forti nei confronti della donna, non interamente contraccambiati, si metteva a sua completa disposizione per risolverne ogni problema e tendeva a sfruttare ogni occasione per poterle stare vicino. Le risultanze dibattimentali dimostrano l’esistenza di indubbi e consolidati rapporti tra Scajola Claudio e Matacena Amedeo, che andavano ben al di là del legame confinato alla sfera emotiva e sentimentale di due persone adulte”. La sentenza del Tribunale di Reggio conferma che, per quanto riguarda il tentativo di Matacena di nascondersi in Libano, l’uomo di collegamento che avrebbe dovuto garantire le necessarie coperture istituzionali all’operazione è stato Vincenzo Speziali, anche lui coinvolto nell’inchiesta del procuratore aggiunto Lombardo. Lo stesso Speziali che è imparentato con il leader delle falangi libanesi, Amin Gemayel, e che dopo un periodo di irreperibilità, ha chiesto e ottenuto di patteggiare la pena a un anno di carcere.

“Scajola, – si legge nella sentenza – insieme a Speziali hanno organizzato lo spostamento di Matacena a Beirut, dove questi avrebbe avuto garanzia, grazie all’interessamento dell’ex presidente del Libano Gemayel e di un alto funzionario governativo, l’avvocato Firas, di ottenere asilo politico”. Secondo quanto emerso dal processo, il faccendiere Speziali aveva “la capacità di mettere in contatto Scajola e Matacena con Gemayel, laddove da questo contatto entrambi ricavavano un vantaggio: Gemayel quello di ottenere l’appoggio politico di Scajola e Berlusconi per il suo rientro in politica e Matacena quello di ottenere l’asilo politico in Libano”. Una storia, questa, che si intreccia con la fuga a Beirut di un altro ben più importante personaggio di Forza Italia, l’ex senatore Marcello Dell’Utri, arrestato proprio a Beirut.

Per i giudici “esistono dei parallelismi tra le vicende”: “Le due latitanze sono maturate nello stesso contesto” delle cosiddette “cene romane”, organizzate nel 2013 dall’ex segretario della Democrazia Cristiana Pino Pizza alle quali partecipano sempre Speziali e Gemayel. Ma anche Emo Danesi, Marcello Dell’Utri e Sergio Billé, l’ex presidente della Confcommercio. “L’analisi di quei tabulati – è scritto sempre nella sentenza – consegnava agli investigatori la prova dell’esistenza di rapporti tra Billè Sergio ed il senatore Dell’Utri Marcello, oltre che di Billè con Speziali Vincenzo e di Billè con Scajola Claudio”. Secondo il Tribunale “è ragionevole concludere che in quelle cene si fosse concordato lo spostamento di Dell’Utri a Beirut”. E ancora: “Appare evidente che anche il piano di spostamento di Matacena da Dubai e il Libano sia maturato nell’ambito di questi rapporti vischiosi tra personaggi appartenenti al mondo della politica, del commercio, della finanza, dell’imprenditoria, della massoneria (Danesi risulta essere stato affiliato alla loggia P2), che spesso trovano convergenza di interessi nell’aiuto di personaggi che pure sono stati giudicati e condannati per gravi reati di mafia in esito a processi svolti con tutte le garanzie riservate agli imputati in uno Stato democratico”.

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