La classifica ha assunto presto i contorni tetri dell’incubo. Perché i venti punti che separano il Napoli campione d’Italia in carica dall’Inter capolista raccontano piuttosto bene di come la stagione azzurra si sia completamente capovolta. L’anno della consacrazione rischia di diventare quello del fallimento. Per giunta clamoroso. Perché per capire in profondità le dimensioni del disastro azzurro bisogna guardare a un’altra graduatoria. Quella dei punti messi in cascina rispetto all’annata precedente. Il paragone è impietoso. Il Napoli che fu di Garcia e che ora è di Mazzarri ha raccolto 22 punti in meno rispetto alla stagione precedente. Nessuna squadra con lo scudetto sul petto ha mai fatto peggio in un girone.

Un primato parziale che rischia di diventare presto assoluto. Perché da quando la vittoria vale tre punti solo una squadra è riuscita a fare peggio. Nel 1996/1997, infatti, il Milan ha raccolto 30 punti in meno rispetto all’annata precedente. Solo che allora i sogni rossoneri erano svaniti per consunzione. La squadra che in un lustro aveva raccolto quattro scudetti, una Coppa dei Campioni e una Supercoppa Uefa si era scoperta improvvisamente obsolescente. Fabio Capello aveva salutato tutti e si era accasato al Real Madrid. Serviva una rifondazione. Ma soprattutto il coraggio di portarla a termine. Mentre Galliani aveva iniziato a sfogliare la margherita dei possibili sostituti, Berlusconi mal sopportava l’idea di perdere il suo mister. D’altra parte era stato lui a inventarlo allenatore e il pensiero di vederlo vincere altrove era insopportabile. Un giorno un giornalista aveva chiesto al Cavaliere se stesse pensando anche a Tabarez. “Chi è costui?”, aveva risposto Silvio, “forse un cantante iscritto a Sanremo?”. Era una frase più sfottente che ironica. Ma che presto si sarebbe trasformata in verità.

La trattativa si era chiusa in un venerdì di fine maggio. “Perché Tabarez?”, aveva spiegato Adriano Galliani alla stampa, “perché sa coniugare i risultati, che sono l’essenza del calcio, con il bel gioco, che è l’elemento indispensabile per attirare il pubblico negli stadi”. Accanto a lui, in grisaglia e cravatta regimental, Oscar Washinghton si era detto imperturbabile. “Io penso in positivo. Nulla di questa scelta mi fa paura – aveva giurato – personalmente credo di poter aggiungere qualcosa a quello che il Milan ha costruito in questi anni. A tutti garantisco il mio lavoro, il resto dipenderà dalla voglia di vincere dei calciatori”. Poi il tecnico era andato a cena con Arrigo Sacchi per parlare della costruzione della nuova squadra. Solo che il mercato era stato piuttosto avaro. Era arrivato Reiziger. Era arrivato Davids. Era arrivato Dugarry. Nel precampionato Tabarez aveva schierato un fantasista come centrocampista centrale nel 4-4-2. Prima era toccato a Savicevic, poi a Roberto Baggio. All’inizio di agosto, però, Berlusconi si era presentato nel ritiro rossonero. E in mano stringeva una lettera. Dentro c’era scritto: “Caro Tabarez, desidero darLe un cordiale benvenuto nel nostro Paese, che del resto lei ha già imparato a conoscere, ed augurarLe buon lavoro”.

Poi però gli aveva allungato anche sette fogli scritti al computer. Dentro c’era il decalogo con le regole da rispettare e i valori da proteggere. Roba come “l’atteggiamento verso i giocatori deve essere di fermezza” oppure “va stimolata la collaborazione dei giocatori nella valutazione di determinate situazioni tattiche, con l’analisi sistematica dei filmati delle partite”. Il primo vero banco di prova era arrivato tre settimane più tardi. A San Siro. Contro la Fiorentina. Nella finale di Supercoppa. Dopo un manciata di minuti Cois aveva lanciato lungo per Batistuta. L’argentino era solo, al limite dell’area di rigore, con Franco Baresi a sbarrargli la strada e Paolo Maldini appiccicato alla sua schiena. Il centravanti aveva trasformato uno stop di destro in un sombrero che aveva scavalcato Baresi succhiando via il talento dal suo corpo in una frazione di secondo. Poi aveva trafitto Rossi. Dopo il momentaneo pareggio di Savicevic, Batistuta si era preso la scena. Prima con un calcio di punizione che aveva deciso il match, poi con una corsa davanti alla telecamera mentre urlava “Irina te amo!”.

In quella partita il Milan entra nella storia. Ma dalla parte sbagliata. Il cammino in campionato era stato claudicante. Il Diavolo aveva vinto l’esordio contro il Verona ma aveva perso poi contro la Sampdoria. I successi di Bologna e Perugia erano stati un’illusione fragile. Baggio, che doveva essere il sole del Milan, era finito in panchina. E non aveva apprezzato. “Questa è una squadra di calcio e non un servizio sociale – aveva risposto Tabarez – Non si vince, allora si cambia”. Poi qualche settimana dopo il tecnico aveva regalato un’altra perla: “Se facessi la formazione per riconoscenza metterei in campo mio fratello“. A ottobre i rossoneri avevano perso 3-0 in casa della Roma di Carlos Bianchi. È una disfatta che aveva assunto i contorni dell’umiliazione. “Fino a giugno vedrete le stesse facce”, aveva detto Galliani. Era un tentativo disperato di cementare il gruppo. La sconfitta contro la Fiorentina a fine ottobre aveva sparso il sale sulle rovine del Diavolo. Tabarez aveva vinto più. Pareggio contro l’Atalanta. Pareggio contro la Juventus. Pareggio contro l’Inter. Poi era arrivata la sconfitta in casa del Piacenza. Tabarez era stato esonerato. Al solo posto era arrivato Sacchi. Solo che le cose non erano cambiate. Il Milan aveva chiuso all’undicesimo posto, a 22 punti dalla Juventus e con 30 punti in meno rispetto all’anno precedente. Le altre imprese al contrario sono state centrate dalla Juventus nel 1998/1999 (20 punti in meno rispetto all’anno precedente) e Milan (-16 nel 2022/2023).

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