Una squadra che veniva da una stagione straordinaria e viveva un idillio coi suoi tifosi, ha sbagliato il mercato, esonerato l’allenatore dopo appena tre mesi, affidato la panchina a due vecchi arnesi tirati fuori dalla naftalina, e a dicembre è già fuori da tutto. La descrizione potrebbe adattarsi alla perfezione indifferentemente al Napoli come al Bari, e non è un caso: il filo conduttore di questi due disastri calcistici si chiama De Laurentiis.

La sconfitta casalinga contro l’Inter, per quanto bugiarda nel punteggio, certifica comunque la fine dei sogni scudetto degli azzurri, semmai qualcuno ancora credesse nella rimonta: scivolati a -11 dalla vetta dopo 14 giornate, i campioni d’Italia che fino a pochi mesi avevano dominato la Serie A infliggendo distacchi abissali a tutte le avversarie hanno già abdicato. A inizio dicembre, è un dato eloquente. Fa il paio però con quanto sta succedendo a poche centinaia di chilometri di distanza, lontano dalla luce dei riflettori della Serie A, all’altra squadra di famiglia. Anche il Bari è crollato sul campo del piccolo Lecco, una sconfitta simbolica come quella del Napoli. E con la miseria di sole tre vittorie dall’inizio del torneo si ritrova addirittura a -15 dalla promozione diretta, che avrebbe dovuto essere l’obiettivo per una piazza così importante e una squadra che l’anno scorso era arrivata a 60 secondi dalla Serie A, e ora invece è più vicina alla zona retrocessione che ai play-off.

Oneri e onori: proprio come un anno fa di questi tempi celebravamo i meriti dei De Laurentiis e le loro intuizioni (che infatti poi hanno trionfato contro pronostico, come nel caso del Napoli, o ci sono andate estremamente vicino, come per il Bari), così adesso bisogna constatarne le colpe. Anche a costo di essere ripetitivi, visto che il disastro del Napoli è sotto gli occhi di tutti da settimane (quello del Bari un po’ meno). I punti di contatto del resto sono sconcertanti. Dal mercato estivo in tono minore, all’esonero immediato di un tecnico che non aveva più in mano la squadra (Garcia, Mignani). Persino la scelta, per sostituirlo, di puntare non su un grande nome che ridesse entusiasmo alla piazza ma su due vecchi traghettatori, con tutto il rispetto per Walter Mazzarri e Pasquale Marino, di cui si erano perse da anni le tracce nel calcio che conta. E infatti i risultati sono identici, ugualmente disastrosi, e nella stessa misura frutto di una gestione sciagurata del successo. Napoli e Bari erano macchine quasi perfette, che avevano tutto per aprire un ciclo vincente in Serie A o arrivarci subito, e sono state distrutte in pochi mesi.

Le coincidenze sono talmente tante che, a pensar male, viene quasi da credere che questo suicidio calcistico, così identico in ogni minimo dettaglio, sia stato studiato a tavolino. Che a De Laurentiis faceva più comodo un Napoli ridimensionato, perché mantenere una squadra da scudetto costa tanto, e un Bari fuori dalla corsa promozione, al sicuro dal divieto di multiproprietà nella stessa categoria che lo aveva quasi obbligato a vendere lo scorso giugno. Se non fosse che padre e figlio rischiano di essersi fatti male i calcoli. Dallo scudetto dominato al quinto posto, dalla finale playoff allo spareggio playout, il passo è terribilmente breve. Un Napoli fuori dalla Champions perderebbe quasi un quarto del fatturato, per non parlare dei tanti calciatori deprezzati, da Osimhen in giù. Così come il Bari svuotato dei suoi talenti (oggi non ha giocatori di proprietà vendibili in rosa) e risucchiato verso le sabbie mobili della Lega Pro svaluterebbe un club per cui fino a pochi mesi fa chiedevano oltre 50 milioni di euro. I De Laurentiis non hanno solo rovinato le loro squadre e i sogni dei tifosi. Stanno anche dilapidando un patrimonio. Forse così si accorgeranno di aver sbagliato.

@lVendemiale

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