“Ha rifiutato il test prima della gara. Se l’organismo anti-doping fa il suo lavoro, il signor Djokovic deve essere sospeso”. La bomba arriva dalla Francia, nello specifico dalle parole di Marc Madiot, ex ciclista e oggi team manager della Groupama FDJ. A inizio settimana, parlando ai microfoni dell’emittente RMC Sport, Madiot ha commentato la polemica scatenata da Novak Djokovic durante la Coppa Davis. Il serbo, terminato il quarto di finale contro la Gran Bretagna (lui ha giocato contro Cameron Norrie) ha alzato un polverone in conferenza stampa, lamentandosi per un controllo anti-doping a sorpresa comunicato “un’ora e mezza prima dell’inizio della partita”. Djokovic, oltre a polemizzare, ha detto: “Non ho ancora completato il controllo, ora darò il sangue”. Un’affermazione che da molti è stata tradotta come un rifiuto, almeno parziale, di effettuare il test. Fino all’intervento di Madiot, però, la frase del numero 1 al mondo del tennis era passata in cavalleria, complice anche l’eliminazione della Serbia in semifinale da parte dell’Italia di uno straordinario Jannik Sinner.

L’intervista di Madiot invece ha riacceso i riflettori su quanto raccontato da Djokovic. L’ex campione di ciclismo, un mondo in cui dopo i grandi scandali i controlli anti-doping sono all’ordine del giorno, ha sottolineato alcuni aspetti determinanti. “Ci sono alcuni prodotti dopanti che possono essere rilevati in un tempo estremamente limitato. Se non si effettua un controllo prima dell’inizio della competizione, il tempo della partita consente di eliminare le tracce del prodotto dopante”, ha spiegato Madiot. Che poi ha aggiunto: “Per questo è stato introdotto il test prima della gara. È surreale essere avvisati! Non è più una prova inaspettata“. E le regole della Wada, agenzia mondiale anti-doping, sono uguali per tutti gli sport: “Nel ciclismo ti sottopongono al test e se rifiuti sei positivo. Se sei positivo, sei sanzionato. Non hai il diritto di rifiutare il test, questo è il regolamento”. Quindi, “se l’organismo antidoping fa il suo lavoro, il signor Djokovic deve essere sospeso”, ha concluso Madiot.

Parole che nei giorni successivi all’intervista hanno assunto un’eco mondiale, fino a costringere l’ITIA, l’International Tennis Integrity Agency, a intervenire per spiegare quanto accaduto. Come riportato da L’Equipe, l’agenzia per l’integrità del tennis ha dichiarato che “Djokovic non ha rifiutato il test. Le regole stabiliscono che quando un giocatore viene avvisato, deve fornire un campione il prima possibile. Nelle competizioni a squadre come la Coppa Davis, i giocatori possono essere informati prima della partita, mentre in altre competizioni i test vengono solitamente effettuati dopo la partita. La procedura non è stata modificata, né per questo evento né per il giocatore”. Djokovic avrebbe quindi chiesto e ottenuto di effettuare il controllo solo al termine del match, senza tuttavia violare le regole.

Per questo motivo, come ha lamentato lo stesso tennista serbo, è stato tenuto sotto osservazione sia prima che dopo il match contro Norrie: “Un uomo mi ha seguito per un’ora e mezza – ha detto Djokovic – Ho la mia routine e non voglio distrazioni: pensare al prelievo del sangue, pensare se dovrò donare un campione di urina, trovo questo completamente illogico”. Resta qualche dubbio sulla concordanza delle varie versioni, anche se è necessario sottolineare che i test prima delle partite vengono effettuati praticamente solo in Coppa Davis, perché durante le competizioni del circuito Atp la prassi è che avvengano a fine gara. I capitani delle 8 nazionali che hanno partecipato alle Finali di Malaga, però, erano stati avvisati.

Il capitano della Serbia è Viktor Troicki, ex tennista che curiosamente nel 2013 fu squalificato per 18 mesi (poi ridotti a un anno in appello) proprio per aver saltato un controllo anti-doping. All’epoca, Djokovic si schierò a difesa del suo amico attaccando il sistema dei controlli: “I rappresentanti della Wada dovrebbero darti indicazioni chiare, spiegarti le regole e quali sarebbero le gravi conseguenze o sanzioni che potresti subire se non fornissi il test”. Già allora il serbo si era schierato contro l’agenzia mondiale anti-doping, chiedendo che il tennis si dotasse di un organismo proprio per effettuare i controlli. Una istanza che ha ribadito anche durante la Coppa Davis: “È anche interessante che Wada sia una società privata, bisognerebbe discutere se dovremmo avere una nostra agenzia all’interno dell’ecosistema del tennis e non assumere qualcuno dall’esterno”. È anche interessante che nessun altro tennista presente a Malaga, escluso il 24 volte vincitore di Slam, si sia lamentato dei testi anti-doping.

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