I nodi vengono al pettine. L’economia non va bene come qualcuno aveva sperato (e annunciato) e c’è una legge di bilancio da fare con pochi soldi. Che potrebbero diventare ancora di meno visto che all’orizzonte penzola la mannaia del Patto europeo di stabilità che limita deficit e debito. Patto sospeso negli ultimi anni a causa dell’emergenza Covid e ora in versione di “prorogatio”, in attesa che vada in porto quella che si annuncia una complicata trattativa per definire quello “nuovo”. L’Italia spera che succeda in fretta, in modo che già nel 2024 siano in vigore le nuove regole. O forse no. Meglio quello vecchio ma, visto che si attende quello nuovo, con qualche eccezione. In particolare la possibilità di non conteggiare gli investimenti in alcuni settori come deficit. Se così non sarà, nel 2024 si tornerà per un anno ai draconiani limiti di sempre, ossia deficit al 3% e debito che deve tendere verso il 60%. Ora, visto che stando alle ultime indicazioni del ministero dell’Economia il deficit 2024 (differenza tra entrate e spese statali) dovrebbe attestarsi al 3,7%, in teoria significherebbe per lo Stato la necessità di ridurlo dello 0,7%, ossia quasi 13 miliardi in meno a disposizione per una finanziaria che si annuncia già sparagnina.

“La Commissione europea rispetto a qualche anno fa ha completamente cambiato paradigma rispetto alla clausola generale che non si è applicata in questi anni per il Patto di stabilità e crescita che forse, spero di no, partirà dal primo gennaio 2024″, ha detto martedì il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Affermazione precisata poco dopo. “Il ministro non chiede la proroga della sospensione della clausola del Patto di stabilità in vigore fino al 31/12/23 ma ha espresso l’auspicio che entro la fine dell’anno sia approvata la riforma del patto di stabilità in modo da poter entrare in vigore al posto delle vecchie regole dal 1 gennaio 24″, ha puntualizzato il Mef. Come già detto il vero auspicio del Mef non è né l’una né l’altra cosa. La scommessa è una sorta di regime transitorio di un anno che faccia salvi gli investimenti. Speranza con poche probabilità di realizzarsi visto il clima che si respira a Bruxelles dove l’ipotesi non scalda i cuori.

“Se non si trova un accordo sul nuovo modello del Patto di stabilità il rischio è che a gennaio tornino le vecchie regole e questo comporta un effetto molto complesso” per l’Italia, ha detto allarmato martedì scorso il ministro degli Affari europei, il Sud, le Politiche di coesione e il Pnrr, Raffaele Fitto. “Il Patto di stabilità è un vecchio dibattito che abbiamo, non certamente utile a uscire dalla crisi che c’è e favorire la crescita. Un Patto di stabilità che è troppo rigorista. Abbiamo visto i danni che fa la politica rigorista della Bce, che ha fatto aumentare i tassi d’interesse ovunque. Dobbiamo impedire che anche il Patto di stabilità e crescita diventi un Patto che porti alla recessione e al blocco dell’economia europea”, rincara il ministro degli Esteri Antonio Tajani.

Quali sono realisticamente le armi negoziali di cui dispone l’Italia? In sospeso c’è l’approvazione della riforma del Mes a cui, tra tutti i paesi euro, manca solo la firma italiana. Da tempo Bruxelles e Francoforte sono in pressing su Roma perché proceda. Il via libera potrebbe diventare merce di scambio ma l’Italia non sembra davvero avere il coltello dalla parte del manico visto che l’Ue, per contro, deve autorizzare le rate del Pnrr da qui a venire. Che si faccia in tempo per il 2024 o meno, in autunno inizieranno le vere trattative sul nuovo patto. La Commissione ha una sua proposta ma l’ultima parola spetta ai vari governi. Nelle intenzioni il nuovo Patto dovrebbe essere meno grossolano (“un patto stupido”, lo definì già nel 2002 l’allora presidente della Commissione Ue Romano Prodi ) e conciliare in modo un po’ più efficace le esigenze di sostegno alla crescita economica con quelle di vigilanza sui conti pubblici.

Il disegno di riforma è pieno di tecnicalità piuttosto complesse ma il succo è che al posto di automatismi, ogni stato dovrà mettere a punto percorsi di aggiustamento dei conti da concordare con Bruxelles caso per caso. Ci sarebbero insomma i margini per un po’ più di flessibilità. Non troppa però perché per gli stati con i debiti più alti rimarrebbe comunque l’ imperativo di ridurlo almeno dell’1% l’anno. E l’Italia è il paese con il debito in rapporto il Pil più elevato (140%) dietro solo alla Grecia e sopra una media europea che si aggira intorno al 90%. Quanto categorico sarà questo imperativo dipenderà dai negoziati di autunno, con i soliti paesi “virtuosi” capitanati dalla Germania intenzionati a non mollare troppo la corda. L’Italia punterà anche su un maggiore spazio per scorporare gli investimenti dai conteggi debito e deficit.

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