Con il decreto legge approvato ieri, il governo ha nei fatti cominciato la preparazione della legge di bilancio per il 2024. Inaspettatamente, ha inserito nel decreto legge agostano e vacanziero anche una norma che prevede la tassazione degli extra-profitti, che sarebbe meglio chiamare super profitti, delle banche.

Che i bilanci delle banche viaggiassero con il vento in poppa non è certo una sorpresa, ma è stata ora confermata dalla pubblicazione delle relazioni semestrali. I primi dati sui bilanci bancari indicano aumenti dei profitti superiori al 60% rispetto all’anno precedente, una percentuale che vale parecchi miliardi. Gli aumenti del tasso di interesse della banca centrale hanno rimpinguato in maniera esagerata le casse delle banche, dopo un decennio di magra assoluta. Il prelievo previsto dovrebbe essere abbastanza pesante, il 40% dei super profitti e limitato al 2023.

È la seconda volta che i governi tentano di incamerare una quota degli extra profitti realizzati dalle imprese in questi tempi di inflazione bellica galoppante. Il primo tentativo di Draghi ha avuto un esito molto modesto. La tassa sui super profitti delle imprese energetiche, che doveva garantire un introito di 11 miliardi, ha portato nelle casse dello Stato un decimo del previsto. La ragione va trovata quasi sicuramente nelle modalità alquanto astruse e ambigue della sua applicazione. Comunque, tanto per dare un qualche termine di paragone della portata del problema, i profitti della sola Eni per il 2022 sono stati di 14 miliardi. Diciamo quindi che il primo provvedimento per recuperare risorse aggiuntive dai profitti da inflazione è stato un flop. Anche il governo Meloni sul fronte dei super profitti energetici è rimasto parecchio inattivo e le imprese energetiche continuano a macinare profitti extra sulla pelle delle nostre bollette energetiche.

Ora il governo torna alla carica e tenta una manovra analoga, stavolta con una tassa sui profitti delle banche. La ragione di questa improvvisa stangata fiscale va cercata probabilmente nella preoccupazione finanziaria, potremmo dire quasi angoscia, che dovrebbe attanagliare il ministro Giorgetti.

Il motivo è semplice. Molte misure economiche della finanziaria 2023 scadranno a fine anno e lasceranno un bel buco di bilancio variamente quantificabile ma sicuramente superiore ai 20 miliardi, a cominciare dal rifinanziamento della riduzione degli oneri sociali che da solo ne vale nove. In prospettiva, c’è poi da finanziare la riforma fiscale e il rinnovo dei contratti dei quasi 4 milioni di dipendenti pubblici. La nuova finanziaria nasce già con un debito occulto molto elevato che a settembre diventerà palese. Ecco dunque spiegata la necessità e l’urgenza di reperire risorse finanziarie fresche, cioè di aumentare le tasse da qualche parte.

Questa mini-manovra fiscale estiva avrà un grande successo e porterà come sostiene Salvini in un suo entusiastico commento, stavolta nella nuova versione vampiresca di esattore fiscale, molti miliardi allo Stato? L’esperienza depone in senso contrario.

Naturalmente, come sempre, il diavolo si nasconde nei dettagli e quindi solo alla fine capiremo se si è trattato della solita demagogia governativa oppure qualche risultato verrà ottenuto, anche se solo per il 2023. Comunque esisteva anche una strada molto semplice e perfettamente percorribile per ottenere un risultato più efficace. Se si volevano, come sarebbe stato giusto ed opportuno, colpire gli extra profitti delle imprese bastava semplicemente aumentare l’aliquota dell’Ires, la tassa sui profitti, prevedendo una sovra imposta magari per il biennio 2022 -2023. Tenendo conto che il gettito dell’Ires è stato nel 2019, prediamo un anno pre-Covid, di quasi 34 miliardi, una addizionale del 25%, poca cosa nei confronti dei profitti da inflazione, avrebbe garantito un extra gettito di 8 miliardi l’anno. Un doveroso e temporaneo aumento delle tasse per tutte le imprese, dunque democratico e perfettamente sostenibile.

È probabile, come l’esperienza insegna, che al di là delle buone intenzioni del governo, poi l’incasso effettivo della super tassa sulle banche sarà molto modesto, in linea con la politica degli annunci di questo governo. Rimane però il fatto fondamentale che anche Meloni ha cominciato a seguire la strada sempre aspramente criticata dell’aumento delle tasse. Per carità, un aumento del tutto giustificato. Ma credo che ogni incremento delle tasse abbia sempre una sua nobile giustificazione.

Prendiamo atto che anche la destra ha perso la sua, caso mai l’abbia avuta, verginità tributaria e quindi le tasse si possono aumentare. Esattamente come l’odiata sinistra, anche il governo Meloni cerca di far quadrare i conti dello Stato con l’aumento delle tasse per i ricchi, stavolta individuati nei pingui bilanci delle banche gonfiati dell’inflazione. Per una volta anche la destra ha operato nel fisco nella giusta direzione. Un esercizio da ripetere senza timidezze e su ampia scala se si vuole una società più giusta, e in definitiva migliore.

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