Eroe e scemo di guerra è il titolo di una delle relazioni presentate sabato 20 maggio, al convegno “Odi et amo”, tenutosi a Savona a cura dell’Ordine dei chirurghi e degli odontoiatri su un tema di tragica attualità: il rapporto fra guerra e medicina. Corredato da foto agghiaccianti di mutilati della Prima guerra mondiale, il report scritto dal dott. Ugo Folco, potrebbe essere la trama di un film di Herzog o di un testo di Bertold Brecht. Racconta la nascita di un termine che venne coniato in Italia durante il primo conflitto mondiale per definire le vittime della mutilazione più crudele prodotta dal tritarcarne delle prima linee: i soldati colpiti da “shell shock”, lo shock da granata. Erano anni in cui (specie a Ipres o a Verdun) morivano 6.000 soldati al giorno e la vita media nelle trincee non superava le sei settimane.

“Non c’erano medaglie per gli ‘scemi di guerra’ – racconta il dott. Folco – in Inghilterra ne furono schedati come tali 80.000, ma si tratta di una cifra fasulla perché, nei primi anni, le vittime di shock da granata venivano considerati codardi e disertori e come tali venivano processati e fucilati, mentre in Italia venivano giustiziati direttamente in trincea”.

I sintomi? Lo “scemo di guerra non parla, non ascolta, non ricorda”. Le foto mostrano volti stupefatti o ridanciani. La guerra inizia nel luglio del ’14, ma già nel dicembre si contavano già 11.000 vittime di shock da granata. E’ la medicina che successivamente ferma i plotoni di esecuzione perché dimostra che i mutilati psichici non sono diversi da chi ha perso le gambe o le braccia.

Il termine “shell shock” fu usato per la prima volta nel 1915 dallo psicologo inglese Charles Myers che attribuì le lesioni cerebrali al rumore dei bombardamenti, ma dovette ricredersi perché i danni cerebrali apparvero anche in soggetti lontani dai bombardamenti. Molti “scemi di guerra”, scampati al plotone di esecuzione, finirono i loro giorni in manicomio, “curati” con l’elettroshock, ma alcuni ebbero un destino ancora più tragico. Il dott. Folco ipotizza che fra i 40.000 disabili che Hitler fece sterminare negli ospedali e nei manicomi, ci siano stati anche un buon numero di “scemi di guerra”, che Hitler considerava “bocche inutili”, come gli altri malati.

La spietata selezione dei campi di battaglia è alla base di quello che oggi è conosciuto come “Triage”, cioè la rapida valutazione della condizione clinica dei pazienti attraverso l’attribuzione di una scala di codici colore, che indica la priorità di trattamento. “L’inventore di questa pratica – ha spiegato il dott. Paolo Cremonesi – fu Dominique Jean Larrey che, nel 1792 quando scoppiò la guerra tra Francia e Austria, fu nominato capo-chirurgo dell’esercito del Reno”.

In battaglia Larrey scoprì il caos che regnava nel soccorso ai feriti, affidati a una rete di ambulanze che, a quel tempo, arrivavano sul campo addirittura giorni dopo lo scontro. Per contenere le perdite, Larrey ideò un sistema di ambulanze veloci, attrezzate per portare molte barelle che seguivano le truppe e un sistema primordiale di triage, cioè di valutazione dei feriti, divisi in tre categorie: i feriti leggeri, che dopo le cure avrebbero potuto tornare al combattere, quelli più gravi ma recuperabili, indicati da uno straccio legato al braccio destro e quelli senza speranza, segnati da uno straccio al braccio sinistro.

Non ebbe mai problemi di “triage” un vip della storia militare mondiale come Giuseppe Garibaldi: “Quando le sue truppe fronteggiarono i bersaglieri in Aspromonte nell’agosto del 1862 – ha raccontato il dott. Matteo Caiti, un altro cultore della storia della medicina – Garibaldi, era già un eroe di fama mondiale, ma in quel momento il suo progetto di unificare l’Italia risalendo lo stivale e prendendo Roma, si scontrava con i piani del Re che decise di fermarlo con i bersaglieri”. Sull’Aspromonte lo scontro è già iniziato, quando Garibaldi compie un gesto che anticipa la famosa cavalcata suicida di Kevin Costner in Balla coi lupi: si frappose in piedi e totalmente scoperto in mezzo ai due schieramenti e, rivolto ai suoi urla “Non sparate ! Sono fratelli!”. Lo raggiunsero due proiettili, uno all’anca e uno al malleolo (“probabilmente – dice Caiti – un caso di ‘fuoco amico”) e, mentre i suoi si sbandano viene posto agli arresti ma con tutti gli onori. A questo punto al capezzale dell’illustre invalido inizia una passerella di chirurghi che arrivavano un po’ da tutta Europa.

In assenza di raggi X i medici non sanno se il proiettile è ancora conficcato nel malleolo oppure era uscito. Il rischio è la gangrena e quindi la necessità di amputare. Mentre l’eroe peggiora di giorno in giorno una sonda speciale con un testa di porcellana, inventata dal francese Auguste Nélaton, permette alla fine di individuare i proiettile e di estrarlo, salvando l’eroe dei due mondi.

Unica pecca del convegno, ricchissimo di spunti, l’assenza di una connessione forte con il conflitto in Ucraina che, ogni giorno riporta l’attenzione sul rapporto fra guerra e medicina, basti pensare alla vicenda di Pete Reed, il medico americano di 34 anni, ex-marine in Afghanistan, ucciso da un missile russo a Bakhmut mentre evacuava i feriti: “È morto facendo ciò che gli dava la vita e ciò che amava – ha detto la moglie – , e salvando un membro del suo team con il proprio corpo”.

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