E’ stato presentato il 23 gennaio scorso il nuovo Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale 2023-25 (PNPV) che sarà presto oggetto di confronto alla Conferenza Stato-Regioni. Si tratta di un Piano molto articolato e impegnativo, purtroppo non scevro da criticità e su cui, come Commissione Medica-Scientifica indipendente, ci siamo espressi col testo qui disponibile, invitando ancora una volta ad una maggior cautela e all’apertura di un ampio e trasparente dibattito.

Nel nuovo PNPV non si opera purtroppo alcuna distinzione fra i vaccini che possono dare protezione individuale e quelli che forniscono anche una protezione “comunitaria”, condizione quest’ultima ribadita dalla Consulta nella Sentenza 14/2023 come indispensabile per “un trattamento sanitario obbligatorio ex lege”. Appare inoltre paradossale che si vada ad approvare un PNPV in cui sono previsti ben 18 diversi vaccini da ripetersi nell’arco della vita senza avere minimamente ottemperato a quanto già la legge 119/2017 (legge Lorenzin sui dieci vaccini obbligatori nell’infanzia) stabiliva, ovvero che, decorsi tre anni dalla data di entrata in vigore della legge, si dovesse provvedere ad una valutazione dei risultati raggiunti. Nel testo del 2017 si affermava inoltre che: “in caso di mancata presentazione alle Camere degli schemi di decreto, il Ministro della salute trasmette alle Camere una relazione recante le motivazioni della mancata presentazione nonché i dati epidemiologici e quelli sulle coperture vaccinali”.

A distanza di quasi 6 anni nessuna valutazione e/o relazione in tal senso è all’orizzonte e, men che meno, si vede l’avvio di una adeguata farmacovigilanza che nel nostro paese rimane esclusivamente passiva. La differenza tra farmacovigilanza attiva e passiva è clamorosa: nel caso della vaccinazione MPRV (morbillo, parotite, rosolia e varicella), un lavoro pubblicato su rivista indicizzata dimostra che sono 462 gli effetti avversi ogni 1000 dosi secondo la sorveglianza attiva effettuata dall’Osservatorio Epidemiologico della Regione Puglia. Di questi, l’11% è valutato grave – fra essi iperpiressia grave, sintomi neurologici e malattie gastrointestinali – con una frequenza centinaia di volte superiore rispetto a quella riportata da Aifa, che nel Report del 2018 segnala una frequenza di eventi avversi gravi pari a 0.127 ogni 1000 dosi.

L’analisi di recenti importanti lavori scientifici ha permesso di elaborare un ulteriore Comunicato in merito al PNPV che è stato inviato a tutti i componenti del governo, parlamentari e consiglieri regionali: crediamo infatti che non si possa trascurare quanto emerge, ad esempio, da un’enorme ricerca nel Regno Unito, durata 30 anni, che ha trovato, contrariamente alle attese dei ricercatori, forti associazioni tra incidenza di demenza e vaccinazioni in età avanzata, specie antinfluenzale, con evidente effetto-dose all’aumentare delle inoculazioni. L’incremento del rischio, statisticamente significativo, è complessivamente del 38% rispetto a chi non si è vaccinato, e con un chiaro effetto-dose fino al 60% in chi avesse effettuato circa 32 inoculazioni di vaccini dalla mezza età in poi, quante riceverebbe chi rispettasse le raccomandazioni del PNPV e destinate a moltiplicarsi in chi aderisse alle odierne indicazioni Ema sui richiami anti Covid-19. Sfido chiunque a preferire lo sviluppo di una demenza piuttosto che a contrarre una influenza in più (per evitarne una occorrono in media varie decine di inoculazioni di antinfluenzale in adulti sani dai 16 ai 64 anni)!

E’ giunta anche conferma di precedenti ricerche di alta validità (studi clinici randomizzati) su aumenti tendenziali di mortalità cardiovascolare, a seguito degli inoculi, in anziani non ricoverati, in condizioni cliniche stabili.

Infine appare discutibile e francamente inopportuno – specie dopo l’esperienza dei vaccini contro Covid-19 – il reiterato linguaggio che pervade tutto il PNPV circa le “vaccinazioni” come bene assoluto, salvifiche senza distinzione alcuna e l’ossessiva “formazione di massa” che pare identificare nell’esitazione vaccinale il problema prioritario per la sanità, purtroppo ancora una volta senza aprirsi al benché minimo dibattito e confronto scientifico.

Per me, che da vent’anni mi occupo soprattutto delle cause ambientali del cancro e non solo, è fonte di grande amarezza constatare che ormai la “prevenzione” è sinonimo di “screening” – attività che permette una anticipazione diagnostica, ma non certo evita l’insorgenza della malattia – e la “salute” si identifica con il sottoporsi a ripetuti inoculi. Purtroppo ci si guarda bene dal far capire che solo preservando la qualità degli ecosistemi e dell’ambiente in generale – dall’aria all’acqua, al suolo, al cibo – nonché mantenendo adeguati stili di vita, si potrebbe davvero preservare la nostra salute.

La “medicalizzazione” pervasiva di ogni momento della vita, dalla culla alla tomba, è ormai la regola, ma così facendo non solo ci si deresponsabilizza, ma si delega agli “esperti” di turno – non sempre affidabili – non solo la nostra vita, ma anche quella dei nostri figli. Ma non è mai troppo tardi per riprendersi in mano la propria vita e il proprio destino.

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