L’Inflation Reduction Act, cioè il maxi piano degli Stati Uniti che prevede sussidi miliardari per le tecnologie ‘green’ prodotte sul territorio statunitense, inizia ad attrarre i grandi gruppi europei sull’altra sponda dell’Oceano. Diverse aziende tedesche sono infatti già pronte ad investire negli Usa. Proprio in questi giorni il cancelliere tedesco Olaf Scholz è in visita a Washington e, secondo i media tedeschi, intende affrontare con il presidente Usa Joe Biden anche le preoccupazioni circa una corsa ai sussidi e possibili svantaggi competitivi per la produzione in Europa. Dopo che all’inizio di febbraio i ministri dell’Economia di Germania e Francia, Robert Habeck e Bruno Le Maire, erano volati negli Usa per colloqui sul tema con il segretario al Tesoro Janet Yellen e la rappresentante americana per il commercio Katherine Tai (scatenando le ire dell’Italia, esclusa dalla missione). La questione potrebbe essere affrontata anche dalla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, nell’incontro con Biden previsto per il prossimo 10 marzo.

Come riporta Tagesschau, aziende come Audi, Bmw, Schaeffler, Siemens Energy e Aurubis, tra le altre, stanno pianificando importanti investimenti negli Stati Uniti o ampliando le sedi già esistenti. Secondo un sondaggio della Camera di commercio e industria tedesca, un’azienda su dieci sta già pianificando di delocalizzare la produzione. La Bmw sta espandendo e modernizzando il suo stabilimento di Spartanburg, nella Carolina del Sud, dove sta investendo 1,7 miliardi di euro. Audi sta attualmente valutando la possibilità di costruire un primo impianto per la produzione di auto elettriche negli Stati Uniti. La localizzazione è attualmente “molto attraente”, ha dichiarato l’ad di Audi, Markus Duesmann, al Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung. Anche il produttore di tecnologia energetica Siemens Energy sta valutando l’idea di localizzare impianti per l’economia dell’idrogeno negli Stati Uniti. Il fornitore automobilistico Schaeffler sembra essere sulla stessa lunghezza d’onda. “Siamo più propensi a costruire i prossimi stabilimenti in America”, ha dichiarato il numero uno Klaus Rosenfeld a ‘Welt am Sonntag’. Il più grande gruppo europeo di rame, Aurubis, sta attualmente costruendo un nuovo impianto di riciclaggio nello stato della Georgia, che dovrebbe entrare in funzione il prossimo anno e ora è in fase di ampliamento.

L’Unione europea sta dal canto suo valutando una serie di azioni per rispondere all’Ira americano, ma sulla proposta di un fondo sovrano comune i “frugali” frenano mentre reagire con aiuti di Stato nazionali favorirà i Paesi con bilanci più forti e quindi più in grado di distribuire sussidi. Gli Stati membri “hanno pareri discordanti su come la risposta europea debba essere presentata”, ha ammesso il ministro per gli Affari Ue svedese Jessika Roswall al termine del Consiglio Affari Generali del 6 febbraio.

A favore degli Usa, oltre agli ingenti fondi, sembra esserci anche la velocità di realizzazione degli investimenti. In Germania i tempi sono molto più lunghi rispetto agli Stati Uniti, ha affermato Wolfgang Weber, direttore generale dell’Associazione dell’industria elettrica e digitale tedesca (Zvei). La più grande differenza tra l’approccio negli Stati Uniti e in Europa è “la velocità di attuazione”, ha spiegato Weber. La velocità ha convinto anche l’azienda chimica Evonik. Dopo che il governo degli Stati Uniti ha deciso di sovvenzionare i due terzi di un nuovo impianto di produzione, la decisione di investimento è stata presa rapidamente. Evonik sta costruendo un nuovo impianto per la produzione dei cosiddetti lipidi farmaceutici negli Stati Uniti. Secondo l’azienda, Washington sostiene il progetto, che vale circa 220 milioni di dollari, con circa 150 milioni di dollari.

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