I sondaggi sono stati rispettati. Attilio Fontana e la destra governeranno la Lombardia per altri cinque anni. L’analisi puntuale dei voti, dei non-voti e dei flussi farà emergere considerazioni e dati più dettagliati di quelli che potrò usare in queste righe. Ma sin d’ora sembra possibile rispondere in modo netto ad alcuni quesiti che sorgono spontanei dopo il risultato odierno.

Chi è il vero vincitore?

Nelle urne ha vinto la destra. Nella società civile e politica ha vinto l’astensione. Ha votato il 41,6% degli aventi diritto. Alle politiche dello scorso 25 settembre la partecipazione era stata del 70%.

Da un prima ufficiosa conta dei voti, rispetto a cinque mesi fa, la destra perde circa 900 mila voti; la sinistra ne perde 600 mila. Sono dati eclatanti, che vanno ben al di là della semplice disaffezione verso la politica. E’ un chiaro e netto segnale di sfiducia e di avversione che la maggioranza grande del popolo lombardo sta inviando trasversalmente a tutta la classe politica. E del resto come dargli torto? Gli schieramenti in campo ponevano da un lato la Giunta uscente, che certo non ha brillato per competenza e capacità. In mezzo una squadra composta, in larga parte, da riserve e scarti della maggioranza uscente. A sinistra una squadra con un buon capitano, ma con giocatori messi in campo all’ultimo momento, con la testa spesso altrove (altri enti da amministrare, congressi da gestire), con problemi di immagine, con qualche tensione nei rapporti di … spogliatoio (alludo in particolare ai reciproci mal di pancia fra Pd e 5 stelle) e, soprattutto, con l’assoluta difficoltà ad entrare in connessione sentimentale con il ventre molle della società lombarda. C’è dunque da stupirsi se gran parte del pubblico, anziché schierarsi con una o con l’altra squadra, abbia scelto di cambiare canale?

Chi ha perso?

Ha perso certamente la sinistra. Non riuscire a capitalizzare a proprio vantaggio il malgoverno della Giunta uscente è la dimostrazione palese della attuale incapacità della sinistra di offrire al popolo lombardo una proposta alternativa, credibile e convincente.

Nessun osservatore minimamente obiettivo potrebbe infatti negare che gli ultimi cinque anni sono stati caratterizzati da incapacità, inefficienze ed errori del governo regionale. Eppure, nonostante la sciagurata gestione del Covid, i problemi della sanità, il disastro dei trasporti pubblici, i mille problemi dell’edilizia residenziale pubblica, la crescita delle infiltrazioni mafiose nel tessuto economico e sociale, gli scandali clientelari, l’assenza sostanziale di visione strategica su questioni centrali come il lavoro e il clima, Fontana è comunque riuscito a riconquistare la guida della Regione. Né la sinistra è riuscita ad avvantaggiarsi dell’indebolimento dei consensi generato a destra dalla corsa in solitaria della Moratti.

La sconfitta è colpa di Majorino?

No. Majorino ha fatto una campagna elettorale generosa e ha sbagliato poco o niente. Ha giocato la partita con un budget largamente inferiore a quello degli avversari. E’ partito svantaggiato dalla minor conoscenza che di lui avevano tanti lombardi non milanesi. E poi era ed è un esponente Pd, un marchio che, dopo la fallimentare gestione Letta e dopo gli euro-scandali del lombardo Panzeri, certamente non lo ha aiutato a catturare consensi fuori dalla base sempre più ristretta del suo partito. Si aggiunga che il Pd, in questi mesi, è sembrato più dedito al congresso che alle elezioni.

Majorino invece, nel pur breve tempo disponibile, non si è mai risparmiato e ha fatto l’impossibile per rimontare il gap di consensi che lo divideva da Fontana. No. Non è lui il responsabile della sconfitta.

Si poteva vincere con un altro candidato?

Nessun candidato scelto a due mesi dal voto avrebbe potuto vincere. Non ci si contrappone a cinque anni di gestione opaca e fallimentare decidendo all’ultimo minuto il candidato e le alleanze. I partiti che hanno fatto opposizione a Fontana in questi anni, in primis il Pd, avrebbero dovuto fare, parecchio tempo fa, un esame di coscienza sul proprio grado di credibilità e di radicamento nella testa e nel cuore dei lombardi. I sondaggi, d’altra parte, esistevano anche mesi fa ed erano inequivocabili. Bastava leggerli!

Bisognava dunque partire molto tempo prima ponendo alla testa della coalizione personalità forti, scelte al di fuori della partitica, conosciute dentro ma anche fuori della cinta muraria milanese. Insomma, una coalizione modello Tommasi a Verona che riuscisse a sintonizzarsi, meglio dei partiti, con il popolo lombardo. E i partiti, a partire dal Pd? Avrebbero dovuto fare un piccolo, ma significativo passo indietro, senza per questo nascondersi o scomparire, ma garantendo un sostegno trasparente, aperto, convinto e leale alla squadra scelta per dare un vero e convinto segnale di cambiamento alla Lombardia.

Quale futuro per l’opposizione in Lombardia?

Quando parlo di opposizione non mi riferisco certamente al Terzo Polo. Sappiamo già che Letizia Moratti, dopo la sconfitta, non si degnerà di mettere nemmeno un piede in Consiglio Regionale. Sugli scranni consiliari siederanno i suoi eletti, uomini e donne che sono, in buona parte, scarti del centrodestra che non hanno trovato posto nelle liste di Fontana & C. e che si acconceranno a raccattare qualche posto di sottogoverno (oltre al lauto stipendio) e, alla bisogna, a fare da ruota di scorta della maggioranza.

Rimangono Pd e 5 stelle. La buona notizia è che Majorino rimarrà in Consiglio e da quella postazione si dedicherà a consolidare l’alleanza e a rafforzare una proposta alternativa che, alle prossime elezioni, possa competere alla pari con gli avversari. Potrà bastare per evitare, in futuro, questo genere di disfatte? Assolutamente no.

Cosa insegnano questi risultati?

L’esito delle elezioni lombarde dimostra, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che i progressisti hanno bisogno di un vero e proprio Big Bang che faccia ripartire da zero un soggetto unitario e nuovo nella forma, nei programmi e nelle prospettive. L’incapacità di sconfiggere il malgoverno di Fontana dovrebbe insomma aprire finalmente gli occhi agli sconfitti e dovrebbe indurli a riflettere sulla necessità di un cambio radicale di rotta. Serve una nuova strategia e soprattutto un nuovo contenitore. Serve in Lombardia, ma serve ovunque!

Il centrosinistra avrebbe bisogno di leader lungimiranti, disponibili ad azzerare le proprie redite di posizione; determinati a costruire una strategia veramente nuova, coraggiosa, aperta; una proposta che non scimmiotti la destra; un progetto che lasci le Moratti, i Renzi e i Calenda al loro destino destrorso e che metta definitivamente in soffitta i “ma anche” veltroniani e le infatuazioni tecnocratiche draghiane. Una forza che delegittimi il carrierismo e il correntismo e metta avanti a tutto – ma per davvero e non solo durante le campagne elettorali – quelle parole d’ordine che possono facilmente intercettare i consensi popolari e del ceto medio produttivo: lavoro, giustizia sociale, equità fiscale, pace e disarmo, ambiente. E poi i diritti individuali.

Fantascienza? Illusione? Sogno irrealizzabile? Temo, purtroppo, di sì.

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