Concepita in epoca non sospetta, circa quindici anni fa, da un gruppo di funzionari delle soprintendenze che intendevano celebrare e far conoscere loro i colleghi degli anni 30, capaci, appassionati quanto intrepidi, la mostra “Arte Liberata” ha avuto il suo compimento alle Scuderie del Quirinale il 16 dicembre 2022 e si concluderà il 10 aprile 2023. Il coraggio e il senso dello Stato dei curatori, prestatori e sponsor va evidenziato per aver allestito, in modo eccelso, una mostra non facile che ha diverse letture. La possibilità di vedere insieme in due grandi sale capolavori iconici provenienti da tutt’Italia e dall’estero e conoscere un periodo particolare, in cui uomini e anche molte donne, operarono per la salvaguardia della bellezza.

Cito a memoria solo alcuni artisti presenti: Piero della Francesca, Luca Signorelli, Paolo Veneziano, Guercino, Lorenzo Lotto, Giovanni Bellini, Savoldo, El Greco, Il Veronese, Tiziano, Tintoretto, il Giorgione, Hayez e molti altri. Il bravissimo curatore Luigi Gallo, coadiuvato da Raffaella Morselli, afferma – e condivido in toto – che “il patrimonio artistico è stato il vero collante dell’unità nazionale, prima ancora del 1861″ e le caratteristiche e le molteplici “scuole” – aggiungo io – anche se diverse nei vari territori, non fanno che accentuare l’unicità della nostra Nazione. Un altro elemento da sottolineare è che è una mostra completamente statale: sede, dirigenza, curatori, allestitori e prestatori dimostrano quanto lo Stato può e deve funzionare in modo eccellente e che non esista un privato buono e un pubblico cattivo e viceversa.

A tal fine mi vengono in mente due casi di successo che confermano questa mia convinzione: la Fondazione Cosso di Miradolo a Torino, totalmente privata, che in questi mesi ha in esposizione Christo, e Palazzo Strozzi a Firenze, una fondazione pubblico/privata, dove il 22 gennaio si è conclusa, con un boom di visitatori, l’abbagliante mostra di Olafur Eliasson. Per approcciarsi a questa mostra alle Scuderie, unica nel suo genere, occorre infatti spogliarsi da pregiudizi e luoghi comuni apprezzando l’impegno della direzione e di tutto lo staff tecnico/scientifico. Un plauso particolare va agli allestitori che hanno creato una volutamente scarna ma evocativa scenografia, il legno grezzo delle mitiche casse che trasportavano i capolavori dalle grinfie di Göring ed Hitler.

Il percorso espositivo è emblematico. Inizia con il Discobolo Lancellotti comprato nonostante il veto dell’allora Consiglio delle Belle Arti grazie a una trattativa tra il proprietario, il principe Lancellotti e per l’appunto Göring. Come fondale c’è la foto inquietante di Adolf Hitler, sulla cui divisa al braccio, spicca la svastica che va a finire, volutamente, sulle natiche dell’atleta. Subito dopo si entra nella mostra vera e propria con un pannello interamente dedicato alla madre di tutte le leggi di tutela: la L.1089/39 o Legge Bottai, di cui ho scritto infinite volte anche qui. Bottai aveva come consulenti ascoltatissimi, Pasquale Rotondi, Emilio Lavagnino e Giulio Carlo Argan.

Sempre Bottai, il 31 agosto 1939 con la Circolare 131, impartisce disposizioni per la protezione antiaerea per far apporre il simbolo dei luoghi sensibili da non colpire, non solo ma nel 1940 vara una legge la 1041, per la protezione dei beni culturali in caso di guerra. Da quel momento inizia tutto: un susseguirsi di incontri frenetici, di trattative, di individuazioni di luoghi sicuri per mettere al riparo capolavori unici dopo le visite, che sembravano una ricognizione, di Hitler nei nostri musei.

Con pochi mezzi, ma con una ferrea determinazione, coinvolgono i fidati. Non per schieramento politico, ma per fede, per l’arte e la Patria. Rocambolesche le loro gesta e così lavorano insieme fascisti, comunisti, ecclesiastici, uomini e donne. Molte donne eccelse che furono premiate e promosse da Bottai in posti di comando. Mi piace ricordare Palma Bucarelli di Roma, che a 25 anni entrò alla Galleria nazionale d’Arte moderna per diventarne a 30 la soprintendente e in questo ruolo artefice dei salvataggi delle “sue” opere d’arte.

La Bucarelli fu l’antesignana delle donne in carriera che non rinnegano la propria femminilità: bellissima, iconica ed elegante. I suoi abiti sono diventati il simbolo della moda “made in Italy”.

Altre donne come la prima direttrice dell’Accademia di Brera, la milanese, a dispetto del nome, Fernanda Wittgens, che mise in salvo i capolavori in essa contenuti, prima del rovinoso bombardamento dell’8 agosto 1943 a opera degli inglesi, la Rai ha in programma un docufilm su di lei. Non meno intrepida l’astigiana Noemi Gabrielli, soprintendente a Torino e grande organizzatrice di mostre memorabili, che organizzò nel castello di Guglia, vicino a Modena un fortunoso trasporto di opere per poi spostarle su barconi di fortuna all’Isola Bella, per la disponibilità di Federico Borromeo che si era affrettato nel ’42 a richiedere al Podestà di Stresa di far apporre sul tetto delle sue proprietà, il famoso simbolo antiaereo.

Del lungo elenco di capolavori connotativi dell’arte italiana, di cui il solo Pasquale Rotondi ne salvò circa diecimila, solo ovviamente una piccola ma rappresentativa parte, circa 100, forse la più iconica è presente nella mostra. Non senza commozione, riconoscenza e orgoglio, il curatore Luigi Gallo ricorda dalla scrivania nella quale lavorava Pasquale Rotondi, il ruolo fondamentale di Urbino e della Galleria Nazionale delle Marche, prestatori della star della mostra, la Madonna con Bambino e Angeli detta la “Madonna di Senigallia” di Piero della Francesca, opera del 1474 e di molte altre.

Involontariamente un altro grande marchigiano, Gioacchino Rossini da Pesaro, che inaugura a Torino la stagione per i 50 anni della ricostruzione dopo i bombardamenti salvò con i preziosi spartiti nelle casse sistemate sopra ai quadri. Infatti i nazisti fecero aprire a campione alcune di esse e vedendo che c’era solo “carta” fecero partire il convoglio. Da non dimenticare la figura istrionica di Rodolfo Siviero, il mitico ministro plenipotenziario che conclude il percorso della mostra. La sua caparbia e spregiudicata azione di recupero dopo il 1945, lo porterà a usare tutti i mezzi per restituire all’Italia tanti capolavori, anche acquistati “legalmente” da musei esteri.

In ultimo mi piace ricordare il sontuoso, aulico contenitore, su progetto di Alessandro Specchi e Ferdinando Fuga, l’edificio proprio di fronte al Quirinale, che dismessa nel 1980 la sua originaria destinazione ha assunto nel 1999, con incarico di restauro e rifunzionalizzazione a Gae Aulenti, il suo miglior progetto, secondo il mio parere, quello di sede espositiva. Un affaccio dopo la visita, dalla vetrata della caffetteria, è la perfetta conclusione della visita per ammirare dal colle più alto Roma in tutta la sua bellezza.

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