Cento di questi Salce. Più ribalti, rileggi, rimescoli la lunga filmografia da regista e l’attività di attore di Luciano Salce in oltre 40 anni di carriera, più rimani colpito da quella risata beffarda che riaffiora ogni volta, vuoi che si tratti di cinema, di teatro, di radio. E proprio nel centenario dalla sua nascita, prima c’è stata una mostra a Villa Giulia, a Roma intitolata L’ironia è una cosa seria che è diventata simposio, rimpatriata e rispolverata doverosa negli archivi del nostro; poi in questi giorni un omaggio denso e prolungato durante il Festival del Cinema di Porretta Terme (3-10 dicembre 2022) con un po’ di titoli da rivedere e la presenza del figlio Emanuele, autore una decina d’anni fa di un prezioso documentario su papà intitolato L’uomo con la bocca storta.

Del resto quel ghigno salciano è un “ricordo” terrificante campo di lavoro in cui venne deportato come soldato italiano appena dopo l’8 settembre del ‘43. Rocambolesca anche la fuga, il nuovo arresto in Austria, ancora il campo di lavoro. “Due anni difficili”, scrisse sul suo diario Salce che finita a guerra trovò subito la quadra del suo fare artistico giocoso e irriverente. Subito il teatro con Panelli, Buazzelli, Vittorio Gassman, Vittorio Caprioli e Alberto Bonucci con cui fonda la compagnia “dei tre gobbi” e con cui si sposta tra l’Europa e il Sud America. In Brasile nei primi anni cinquanta dirige un teatro, gira due film (invisibilissimi), torna in Italia e quando al posto di Bonucci fa trio Franca Valeri per Salce è l’affermazione radio-tv e cinema (come attore in molte, tante commedie popolari). Il suo quarto lungo, secondo prodotto in Italia, è Il federale (1961) dove nasce la collaborazione con Ugo Tognazzi che riavrà tra gli altri l’anno dopo ne La voglia matta e ancora negli anni settanta con L’anatra all’arancia. Tre successi di pubblico e in forma variabile di commedia di costume. “Buca, buca, sasso, buca con acqua”. Tognazzi/Arcovazzi in camicia nera sul sidecar intento a trasportare il professore antifascista dall’Abruzzo a Roma per guadagnare i galloni di federale è uno dei frammenti simbolo di quella commedia all’italiana che lentamente si afferma dopo la ciucca di neorealismo del dopoguerra.

Così Salce, sempre animato da un senso dell’umorismo spesso dissacrante costruisce e afferma un suo “stile” di risata che prima sfocerà in Colpo di stato, una proibitissima satira sulla mancanza di alternanza tra DC e PCI al governo, con tanto di americani pronti a invadere l’Italia alla vittoria elettorale dei comunisti, che rimarrà in sala due giorni e riaffiorerà solo nel 2004 al festival di Venezia, poi nel filotto grottesco ed epocale di Fantozzi e Il secondo tragico Fantozzi (metà settanta) con Paolo Villaggio, e una perla di avanspettacolo piegato ad una vena surrealista come Vieni avanti cretino (primi ottanta) con Lino Banfi. Tacciato di ogni nefandezza morale dai benpensanti progressisti di ogni epoca (qualunquismo, fascismo, troppa leggerezza da intrattenimento), Salce entra e deve rimanere di diritto tra la manciata di grandi della commedia all’italiana – Risi, Monicelli, Scola – anche solo per quella straordinaria pernacchia prolungata fino allo sfinimento che Lando Buzzanca compie al telefono ne Il sindacalista, altro film trasversale rispetto agli schieramenti preconfezionati degli anni settanta. Per ogni informazione sul Festival del Cinema di Porretta, le proiezioni dei film di Salce e lo spin off del 15 dicembre quando si proietterà 50 anni dopo Ultimo tango a Parigi che a Porretta ebbe la sua anteprima internazionale: https://porrettacinema.com/

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