“Non sono ciociaro manco per niente, io so’ sabino”. Chissà che effetto farà agli spettatori progressisti e globalizzati questa battuta verso un funzionario belga di origine italiana pronunciata dall’anziano Orlando, Michele Placido (protagonista dell’omonimo film di Daniele Vicari), contadino rietino cocciuto e ostinato, cicca in bocca e dialetto spintissimo, costretto a correre al capezzale del figlio trasferitosi da tempo a Bruxelles e con cui non parla volontariamente da tempo. Giunto in Belgio, balbettante, senza sapere e capire mezza parola di francese, Orlando troverà il figlio morto dentro la bara, e una nipote tredicenne, Lyse (Angelica Kazankova) che mai ha conosciuto la mamma e che ora ha solo il burbero nonno come tutore maggiorenne per continuare a vivere la vita fatta di scuola e pattinaggio.

Oltre il foklore, la fisarmonichetta e il cappellaccio a quadrettini rossi e neri indossato da Placido, come la camicia del Richard Farnsworth lynchiano, in Orlando, altro film notevole passato Fuori Concorso al Torino Film Festival, c’è tutta la nervatura metaforica di un evidente sgretolamento e difficile crasi tra tradizione e modernità, tra ruvide e profonde radici geografico/culturali e il mare aperto percettivo di un oggi che sembra una colata indistinguibile di consumismo moralizzante. E proprio perché Orlando è il protagonista del film, e proprio perché questo vecchio è costretto, dopo aver esaurito le banconote cucite in un doppio fondo del giaccone, a trovarsi un lavoro disgraziato, frammentato, precarissimo – ecco gli effetti della colata di cui sopra – anche solo per mantenere per qualche settimana la nipote, che davanti all’occhio di chi guarda si spalanca il vuoto di un materialismo spinto che continua a bussare alle porte di chi è in fondo alla classifica degli sfruttati.

Da tempo Vicari (già regista di Diaz), e pensate a cosa è riuscito a fare in Sole cuore amore con la sofferenza muta della protagonista Isabella Ragonese, sa porre dialetticamente lo spettatore di fronte a questo sprofondo improvviso dell’umano vivere. Con Orlando aggiunge poi ulteriore grazia poetica facendo penetrare nel racconto di affettività parentali un tono quasi favolistico – il vecchio e la bambina, il taciturno dall’aria persa e la ragazzina vivace e ipercinetica. È una distanza antropologica, di linguaggio, esteriore infine, che vige tra Orlando e Lyse. Perché la chimica emotiva, che mai esplode in scene madri, sia chiaro, ci sarebbe anche. Il punto è proprio la scorza impenetrabile di Orlando che non riuscendo a comprendere la mutazione attorno a lui, si pone in una sorta di forma di difesa da un assalto esterno che non vuole subire, convinto che non potrà occuparsi della nipote e che anche lei dovrà patire una porzione di quella fatica e dolore vissuti dalla durezza di una vita di lontana provincia. Vicari penetra nello spazio frontale di Orlando e Lyse come se girasse in Cinemascope e con grandangoli kubrickiani, pulendo la banda sonora da rumori non necessari, lasciando affiorare in alcuni momenti perfino il respiro nasale di Placido quasi fossimo dentro le sue narici. Forse anche per questo Orlando è tutto fuorché cinemino italiano melodrammatico da tinello, ma opera matura, universale, che si interroga sulla contemporaneità dell’umano in tempi di crisi non concedendo risposte, ma lasciando un commovente anelito di speranza (nel finale sono compressi cento anni di cinema e stop). Sulla piccola Kazankova tanto di cappello, mentre per Placido ci sarebbe da aprire il capitolo degli osanna. Veste i panni di Orlando come se fosse sempre stato quel signore lì, con i calli e le ferite nelle mani, con quella vacuità di sguardo che comprime e trattiene pietas. Vorresti schiaffeggiarlo, vorresti scuoterlo, ma poi lo rispetti. Come si rispetta il passato, unica possibile base su cui costruire un futuro dannatamente incerto. In sala dall’1 dicembre.

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