“La mia voce è importante. Voglio il privilegio di parlare perché lo faccio per 2 milioni di nigeriani che subiscono le conseguenze della crisi climatica”. Goodness Dickson, 29 anni, di Abuja è uno delle centinaia di attivisti africani che rischiano di rimanere esclusi dalla Cop 27, la Conferenza sul clima dell’Onu, che si svolgerà dal 6 al 18 novembre a Sharm el-Sheikh. I costi altissimi per gli alloggi e i trasporti verso la località egiziana e le difficoltà nell’ottenere l’accredito rischiano di mettere a tacere le rivendicazioni delle comunità e degli Stati più colpiti dalla crisi ecologica. “Sto raccogliendo fondi e cercando Ong che ci possono aiutare a ottenere i badge. Questa dovrebbe essere la Cop dell’Africa, quella in qui si discutono le riparazioni climatiche per il nostro continente. – afferma Dickson – Se noi attivisti non ci siamo però non lo sarà”.

In costante contatto con l’ambientalista ugandese Vanessa Nakate – “La mia ispirazione insieme a Greta” -, Dickson è il fondatore di Eco Clean Active initiative, una rete di più di 200 persone impegnate a ripulire la Nigeria dalla plastica e dagli altri rifiuti provenienti dal Nord del Mondo. La sua campagna per la giustizia climatica è iniziata nel 2019, “quando l’emergenza mi ha riguardato in prima persona. Stavo studiando – racconta – ma non riuscivo perché le temperature fuori erano altissime e allora ho iniziato a fare delle ricerche”. Anche se ospita il 15% della popolazione mondiale, il continente africano contribuisce solo al 4% alle emissioni globali di gas serra. Le quote degli altri continenti sono ben superiori: da sola la Cina produce il 23% della Cina, Gli Usa il 19% e l’Unione Europea il 13%. Gli effetti della crisi ecologica però colpiscono maggiormente proprio l’Africa. “La mia Nigeria la sta sperimentando in maniera durissima – racconta Dickson – Nell’ultimo anno abbiamo contato almeno 300 vittime della crisi. Un milione di persone sono rimaste senza casa a causa delle inondazioni che continuano a ripetersi da gennaio. Non distruggono solo gli edifici, ma anche i campi e i raccolti, ci portano alla fame, alla carestia e a migrare in altri Paesi – continua l’attivista – Si tratta di una sfida molto seria e la Cop 27 potrebbe dare a me e alla Nigeria una grande opportunità: quella di spingere chi ha il potere a cambiare la vita di molte persone”, riducendo le emissioni. Peccato che questa chance sembri essere difficile da concedere non solo a Dickson.

Al momento le iscrizioni alla Conferenza di Sharm sono più di 35mila, un successo secondo Il Cairo. Registrarsi però non significa necessariamente ottenere il badge per partecipare agli eventi e poter presentare le proprie istanze su clima e ambiente ai delegati dei Paesi partecipanti. Solo il 20% degli attivisti africani è infatti riuscito ad assicurarsi un accredito ai negoziati. Molti di loro inoltre non riescono a coprire le spese di viaggio, alloggio e visti, secondo la Coalizione dei giovani leader climatici africani, che comprende i gruppi come Fridays for Future e Riseup in Africa. Nello specifico, nessun giovane proveniente da Egitto, Burundi, Repubblica Democratica del Congo, Mali, Tanzania, Marocco , Ciad, Sud Africa, Benin e Somalia ha ottenuto, per ora, un posto alla Cop 27. Avere un contatto con le Ong serve a poco: anche loro hanno a disposizione un numero di accrediti limitati. “Spesso siamo studenti, abbiamo poche risorse e veniamo da Paesi che da anni sono in crisi economica. Chiedo alle Ong che hanno ancora badges di aiutarci e all’Onu di aumentare gli accrediti – spiega Dickson – In questo modo però molte voci non verranno ascoltate”.

Anche avere l’approvazione del visto da parte dell’Egitto può essere complicato. Le attese sono lunghe, la burocrazia è complessa e molti ambientalisti rischiano di avere il permesso per entrare nel Paese troppo tardi. “Non conosco bene la situazione politica dell’Egitto, ma so che anche loro sono africani. Anche loro sono stati colpiti dalla crisi climatica quanto noi. Quindi dovrebbero darci lo spazio per protestare, fare scioperi e coinvolgere il mondo nell’azione contro l’emergenza climatica – dice il 29enne nigeriano – A Davos e a Glasgow sono state fatte delle promesse: chi aveva inquinato, si è impegnato a dare finanziamenti a chi è stato danneggiato. Ora però queste non devono restare solo parole. Voglio usare la mia esperienza e i miei contatti per chiedere fondi di loss and damage”. Avere buone idee o essere intenzionati a ridurre l’utilizzo dei combustibili fossili infatti non è sufficiente: “Come piantiamo alberi, come riduciamo le emissioni se dobbiamo combattere con inondazioni e siccità? – dice l’attivista – Sto cercando di raccogliere fondi per gli attivisti della mia organizzazione e sostegno per gli accrediti. La Cop 27 deve appartenere alle comunità e ai movimenti per il clima, deve essere il momento in cui l’Africa è al centro tribuna e può chiedere ciò che le spetta”.

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