Un ministro arrestato in una maxi operazione contro il narcotraffico spiega tanto di quanto stia succedendo in Albania. Saimir Tahiri è un giovane ministro degli Interni, rampollo della politica di Tirana, da molti dato come premier del futuro ma rimane incastrato in una storia piena d’ombre. Il suo arresto per abuso di potere nell’ambito di un’indagine sul narcotraffico internazionale, che coinvolge anche affiliati a Cosa Nostra, è parte del complesso mosaico de “I narcos albanesi”, documentario che andrà in onda sabato 24 settembre alle 21,25 su Nove. I traffici transnazionali sono il pezzo forte dei clan degli albanesi, che dalla tratta di schiave del sesso, al mercato di armi, fino agli scafi pieni di marjiuana, sono arrivati a diventare incontrastati broker della cocaina nel mondo intero.

L’ex ministro Tahiri, gli autori del documentario Marco Carta e Lorenzo Giroffi (che firma anche la regia) lo hanno incontrato in un bar della periferia di Tirana, qualche settimana prima del suo arresto. Mentre sorseggiava un tè continuava a proclamarsi innocente, incastrato da un sistema più potente di lui. Alla famiglia dell’ex ministro misero già delle bombe, a suo dire per le sue politiche di contrasto al narcotraffico che partiva dalle montagne albanesi. Quei traffici per cui è scattato l’arresto di Saimir Tahiri appaiono però lontani anni luce da quello che oggi rappresentano i narcos albanesi. I nascondigli in montagna con kalashnikov e balle di marjuana, i viaggi di notte su scafi stracarichi da portare sulle coste pugliesi per riempire di erba le piazze di spaccio italiane, sono tutte storie di un’altra epoca criminale per la mala albanese. Il documentario, prodotto da Videa Next Station per Warner Bros Discovery, arriva al disegno criminale di clan dalla struttura orizzontale, senza famiglie di sangue di riferimento, ma con l’onore come principio base e con boss divenuti leggenda per evasioni e regolamenti di conti feroci.

Oggi il core business è la cocaina, grazie al controllo di porti strategici, come quelli in Grecia, Italia, Paesi Bassi e soprattutto Ecuador, lì dove le telecamere arrivano a raccontare la mattanza di Guyajaquil, dove si decide chi deve controllare i container pieni di bianca. Dietro la violenza che ha decretato anche lo Stato d’emergenza in Ecuador ci sono i cartelli albanesi. I narcos albanesi arruolano giovanissimi in tutta Europa, non dimenticando mai il legame con la madre Patria, dove si ricicla denaro e si fa proselitismo per affiliati disposti a tutto, il più delle volte ingenuamente, finendo poi per essere ammazzati per nulla. Il documentario racconta questa parabola criminale cominciata negli anni ’90. Abili trafficanti di poco conto, divenuti re dei porti di mezzo mondo. Il documentario fa parte della serie “Mafia connection” ideata da Carmen Vogani e condotta da Nello Trocchia. La serie si compone di quattro episodi, per quattro sabato sera in prime time su Nove. Il primo episodio è proprio sulla mala degli albanesi, sabato 21.25 su Nove.

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