Paolo Virzì ne ha fatti di film belli. A partire da La bella vita, Ferie d’agosto, passando per Ovosodo, Caterina va in città, Tutta la vita davanti e molti altri, ci ha abituati a uno sguardo leggero ma profondo sulle debolezze umane e sulle moderne incongruenze sociali. Le regole del marketing dettano però che l’ultimo di un regista, quello che esce nelle sale, sia sempre il migliore dei suoi lavori. Con Siccità la retorica commerciale viene superata dalla realtà: è veramente bello. Il film è un distopico affresco che arriva dopo la pandemia, durante una guerra inattesa (dall’Europa), vaticinando un verosimile futuro di penuria idrica ma soprattutto di empatia umana. Siccità è ascritto al genere “commedia” ma è tutt’altro che questo. E’ invece un affresco corale e mesto di personaggi che rappresentano al meglio le varie anime dell’Italia in questo momento storico.

Ricorda Babel, il capolavoro di Alejandro Iñarritu del 2006 che, intrecciando le storie di una dozzina di personaggi, drammaticamente incarnava l’America e le sue contraddizioni agli inizi del secolo. In Siccità i tipi umani sono più o meno lo stesso numero e tutti perfetti nella rappresentazione della propria misera esistenza, ricchi o poveri che siano: Silvio Orlando, Valerio Mastandrea, Elena Lietti, Tommaso Ragno, Claudia Pandolfi, Vinicio Marchioni, Monica Bellucci, Diego Ribon, Max Tortora, Emanuela Fanelli, Gabriel Montesi, Sara Serraiocco, tutti incarnano una tipologia umana nella quale ognuno di noi riesce a riconoscersi, con il proprio narcisismo, le proprie insicurezze, dolori, fragilità. Sì, Siccità è un film pessimista come può esserlo solo un’opera estremamente realista e non indulgente in alcun modo alle esigenze commerciali di un lieto fine. E se la narrazione “a incastro” tipica di Babel era dovuta ad un grande Guillermo Arriaga, in Siccità sono stati bravissimi Francesca Archibugi, Paolo Giordano e Francesco Piccolo, oltre allo stesso Virzì, a creare quella costruzione umana che si dipana come un algoritmo arboreo fino alla confluenza finale, dove tutto acquista un senso differente e, forse, tutto inizia di nuovo.

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