Ci si sente a volte quasi in imbarazzo ad incrociare lo sguardo dei soggetti ritratti, come se fossimo stati colti in flagranza mentre li stavamo spiando nella loro intimità dallo spiraglio di una porta semichiusa. È questo l’effetto che fa sullo spettatore la potente fotografia di Richard Avedon (1923-2004), uno dei più grandi maestri, che ha rivoluzionato la fotografia del’900 dando un’imprinting ancora attuale alla comunicazione di moda. Alcuni degli scatti più iconici – 106 per la precisione, tratti dall’ampia collezione del Center for Creative Photography (CCP) di Tucson – dei suoi sessant’anni di carriera sono esposti a Palazzo Reale di Milano nella mostra “Richard Avedon. Relationship” che apre i battenti giovedì 22 settembre durante la Settimana della Moda milanese. D’altra parte, come accennavamo poc’anzi, il legame tra Avedon e la moda è stretto e profondo e vede il suo fulcro nel lavoro che il genio della macchina fotografica fece con il brand Versace negli anni Ottanta e Novanta. La sua grandezza non sta solo nel linguaggio fortemente innovativo che contraddistingue il suo lavoro, ma risiede soprattutto nell’intensa empatia che è riuscito a catturare in ogni suo scatto, facendo sì che ancora oggi, a distanza di anche sessant’anni da quando sono state scattate, queste immagini arrivino dritte al cuore dello spettatore. C’è una storia, più spesso una vita intera, raccontata senza bisogno di parole. Un momento preciso nel tempo impresso per l’eternità.

Il segreto della potenza della sua fotografia sta infatti tutto nelle relazioni (le “relationship” che danno il titolo alla mostra) che Avedon riusciva ad instaurare, grazie al suo carisma e ai suoi modi di fare avvolgenti, con il soggetto che stava davanti alla macchina da presa. Il suo non è il punto di vista di un esterno che si accosta con distacco un soggetto. No. Lui è ora marito, ora amante, ora madre, padre o figlio di chi ha davanti. C’è una vivida humanitas nel modo in cui ha consegnato alla storia artisti, attori, scrittori, politici, attivisti e, ovviamente, modelle. La luce, plastica e cinematografica, e lo sfondo bianco, sua geniale intuizione durante un viaggio in Sicilia, fanno il resto. Noi di FqMagazine abbiamo visionato in anteprima la mostra e vi possiamo dire che non c’è nulla di più penetrante dello sguardo candido e tormentato della sua Marilyn Monroe. Nulla di più pungente dei ritratti di Truman Capote del 1955 e ’74 accostati l’un l’altro, con i segni del tempo e del lavoro dello scrittore ormai cinquantenne ben impressi sul suo volto. E ancora, ci sono le nude cicatrici di Andy Warhol, l’aura del Dalai Lama con le sue vesti quasi tangibili, e i “Fab Four” all’apice della loro carriera. E, ancora, Mariella Agnelli altera e superba con il suo lungo collo da cigno nel giorno delle nozze. Il culmine della drammaticità narrativa di Avedon lo si raggiunge con il ritratto di Wallis Simpson e del Duca di Windsor: quasi avvinghiati, altezzosi, ma con i volti solcati da profonde rughe, segno del passaggio implacabile e incontrovertibile del tempo. Perché in ognuna di queste immagini vi è impressa l’anima di chi vi è ritratto.

Nonostante la massiccia attrezzatura che Richard Avedon utilizzava per scattare in grande formato, la sua presenza nelle foto è pressoché nulla: nelle sue opere c’è solo il soggetto, lo spazio, e lo spettatore, che ne diventa parte integrante con il suo punto di vista. Per questo, come ha sottolineato la curatrice della mostra, Rebecca A. Senf, bisogna approcciarsi a questa esposizione con calma e devozione, dedicando ad ogni fotografia un’attenzione ben diversa dalla fugace voracità con cui siamo abituati a scorrere quelle che troviamo sui social.

Dopo una prima parte dedicata ai grandi ritratti, ecco che, passando attraverso un suggestivo limbo ricavato dalle centinaia di copertine che il fotografo americano scattò per Vogue, si arriva alla seconda parte dell’esibizione, quella incentrata sul mondo della moda. È qui che troviamo l’iconica picture di Nastassja Kinski nuda avvolta da un serpente: “Si può avere uno sguardo diverso anche di fronte a immagini viste e riviste e notare, ad esempio, la perfezione di Avedon in una foto d’effetto ma minimalista come quella della Kinski, vedere come la curva del gomito riprenda esattamente quella del corpo del rettile”, spiega la curatrice Senf. Immaginate la fiducia, e la confidenza, che quella modella aveva con Avedon per abbandonarsi ad una posa del genere: alla base c’è, ancora una volta, lo stretto rapporto che lui tendeva ad avere con tutti i suoi soggetti, ma anche la visionarie con cui si approcciò alle modelle. È stato lui, infatti, colui che per primo ha dato loro “vita”, inserendo il movimento negli scatti di moda fino ad allora – parliamo degli anni Sessanta – ancora ingessati; e trasformando delle semplici mannequin in autentiche dive, oggetto del desiderio planetario. Con Avedon sono nate le top model, una su tutte Linda Evangelista, protagonista di tante campagne che scattò con Gianni e Donatella Versace: “Con Avedon c’era una fiducia assoluta. Fiducia nella sua luce. Fiducia nella sua narrazione. Fiducia nella nostra visione comune – ha raccontato Donatella Versace ricordando gli anni di lavoro con lui e il fratello -. Fiducia nel nostro rapporto. Avedon e Versace sono inseparabili. A me e a Gianni piaceva immensamente lavorare con Avedon. Ci piaceva inventare la storia della campagna insieme e osservarlo mentre lui e le sue incredibili modelle davano vita a quella storia. Con o senza gli abiti. ‘Iconico’ è un termine abusato ma queste immagini sono davvero iconiche”.

La mostra “Richard Avedon. Relationships” è promossa dal Comune di Milano – Assessorato alla Cultura e prodotta da Palazzo Reale con Skira, in collaborazione con il Center for Creative Photography e la Richard Avedon Foundation. Versace è main partner. È aperta al pubblico dal 22 settembre al 29 gennaio 2023 (mart-dom 10-19.30, giov 10-22.30; biglietti: intero 15, ridotto 13).

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