Da giorni si parla con gran trionfo dei conservatori della scuola 0.0, della scelta della rettrice del liceo “Malpighi” di Bologna di costringere gli studenti a non portare il cellulare in classe. In molti si sono spesi a favore della più riuscita operazione di marketing fatta negli ultimi anni da una dirigente. A bocciare questa malsana imposizione (spiegherò tra poco perché malsana) è stato persino il prefetto di Bologna, Attilio Visconti, che all’inaugurazione dell’anno scolastico in un altro istituto ha detto: “Sarebbe opportuno che gli studenti mantenessero il cellulare e sapessero usarlo, che avessero la coscienza e la maturità di sapere quando il cellulare può essere usato e quando invece può essere non usato”.

Ora, io non so se il dottor Visconti abbia alle spalle una laurea in pedagogia, abbia fatto le antiche magistrali o abbia letto libri sul tema ma (senza che il prefetto me ne voglia) la sua saggia considerazione doveva essere elaborata da chi dirige il “Malpighi” e da tutti quelli che in questi giorni hanno osannato la fuorviante scelta della preside Elena Ugolini. L’idea che lo strumento del cellulare è da espellere dalle classi è non solo retrograda, antica, anacronistica ma persino deleteria perché – come ben sottolinea Visconti – la scuola ha il compito di formare coscienze, di elevare le menti alla maturità, di “educare”, non di obbligare, proibire. Il “proibizionismo” del cellulare non è per nulla educativo.

Il problema, semmai, è un altro: perché i ragazzi in classe usano il cellulare al posto di farsi appassionare alla lezione di storia, di filosofia o di fisica? Perché c’è chi non sa insegnare. Quando andavo io alle superiori (anni Novanta) ancora non avevamo il cellulare ma ricordo che durante “certe” lezioni (non faccio nomi per eleganza, visto che certi professori sono ancora vivi) io e Melissa o Giada giocavamo a tris mentre quando entrava in aula la mitica professoressa di filosofia, Patrizia De Capua (non a caso riconosciuta come educatrice e insegnante da generazioni e generazioni a Crema), gli occhi e la mente erano rivolti a lei, erano conquistati dalla sua passione per la disciplina e dal suo modo di comunicarla. Per insegnare (in qualsiasi ordine e grado) non serve conoscere la materia ma amarla e saperla trasmettere con la parola, gli occhi, il corpo e il cuore. Si chiama empatia o “disciplina del cuore”, come direbbe il cantautore Luca Bassanese. Ma vallo a spiegare a certi presidi!

Altra questione: la scelta della preside non è stata condivisa con i ragazzi ma è stata un’imposizione calata dall’alto. Complimenti: alla faccia della partecipazione dei ragazzi alla comunità scolastica.

Non ultimo. Ugolini non ha scelto di togliere il cellulare solo ai ragazzi ma anche ai professori, perché sia mai che in quattro ore di lezione un docente mandi un messaggio alla moglie, ai figli, all’amante o all’amico. Sia mai che in quattro ore di lezione per trenta secondi ogni sessanta minuti controlli la sua mail personale. Sia mai che quando gli scrivono risponda con un messaggio automatico “Ti chiamo più tardi”. Oppure sia mai che riceva una telefonata dal dentista o dal museo dove ha prenotato la gita per i suoi studenti. No! No! Si deve usare solo il telefono della scuola, meglio ancora se con i fili e semmai il fax (a proposito, in molte scuole c’è ancora).

I fan della decisione della Ugolini devono sapere che, ad esempio, io la prima settimana di lezione (non so ancora la seconda) non avendo il wifi a scuola ho usato il mio cellulare come hot spot personale, altrimenti altro che didattica digitale con la lim!

Gli appassionati della scuola Ottocentesca devono sapere che spesso, quando faccio lezione in giardino o in strada (sì, magari a vedere quante barriere architettoniche ci sono o a disegnare en plein air), quando un bambino mi chiede un’informazione che non so o quando devo mostrare un video di Ligabue (il pittore) o far ascoltare Fabrizio De André davanti al monumento dei caduti, uso il cellulare. Eccome se lo uso.

Un’ultima considerazione dettata dall’esperienza, dall’uscire dal proprio orticello e sporcarsi le suola delle scarpe in ogni luogo. Anni fa, alla scuola “Falcone” allo Zen di Palermo, il preside mi disse: “Io qui, ai miei prof, dico di portare il cellulare in classe perché è capitato che venissero chiusi in aula dai ragazzi”.

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