Qualcuno avrà pensato: “Ecco il solito Sgarbi”. E qualcun altro penserà: “Ecco il solito Corlazzoli, lavativo, che non dà i voti; che non fa le verifiche; che… vuol lavorare meno”. In realtà la proposta (pro-vocazione?) del critico d’arte, “A scuola non prima delle dieci”, solleva una questione non di poco conto che in questo Paese continua a essere messa sotto lo zerbino come la polvere. Chiariamoci subito: io, stavolta, sto con Sgarbi.

Non so se le dieci o le nove sono l’orario giusto per posticipare l’inizio delle lezioni ma so che non possiamo continuare a piegare i diritti del bambino alle esigenze della società industriale, capitalista, arrivista. La scuola è dei bambini e per i bambini. E loro devono poter arrivare in aula non addormentati ma con un livello di serenità mentale da non compromettere la capacità di attenzione. Questo sia alla primaria che alle secondarie. Quattro anni fa a dire quello che ha dichiarato Sgarbi e che sostengo pure io era stato il preside Salvatore Giuliano dell’istituto “Majorana” di Brindisi, diventato poi anche sottosegretario all’Istruzione con il governo Conte. Nella sua scuola era stato fatto uno studio del dipartimento di psicologia dell’Università “La Sapienza” di Roma, sull’ingresso posticipato di un’ora. Risultato? Entrare a scuola un’ora più tardi, alle nove (e non alle otto), fa bene agli studenti perché, riuscendo a dormire meglio, hanno un livello più alto di attenzione durante le ore di lezione e sono nelle condizioni di innalzare il rendimento, tra interrogazioni e compiti in classe. Pensiero, quest’ultimo, del professore Luigi De Gennaro, ordinario del dipartimento di psicologia della Sapienza e responsabile del servizio di vigilanza e qualità del Sonno “Elementare, Watson”.

Chi fa l’insegnante lo sa bene. Quando arrivi a scuola alle 8,30 ti ritrovi, spesso, bambini che arrivano trafelati all’ultimo momento, scaraventati giù dal letto, ingurgitando cornetti e bicchieri di latte, mentre si preparano le cartelle. Prima di riuscire a creare il clima adatto per fare lezione passa anche un’ora. Sempre che nel frattempo non siano arrivati in classe anche Anna o Giovanni che si sono svegliati un po’ dopo. Giuliano ai tempi diceva: “Molti studi hanno dimostrato i benefici di un’entrata posticipata, anche in fatto di miglioramento di memoria e di prestazioni. Poi c’è un fatto pratico, che chiunque può verificare da solo: i ragazzi vanno spesso a dormire tardi, o, in generale, si mettono al letto più tardi degli adulti, ma devono comunque essere operativi per le otto. Questo impedisce loro di riposarsi a dovere. Poi c’è un’altra questione, che è comune a tanti altri istituti: la nostra scuola richiama alunni di diversi comuni, i quali devono spostarsi con i mezzi pubblici. Per non fare tardi o per non perdere l’autobus, sono costretti ad alzarsi anche alle cinque del mattino, altrimenti non riuscirebbero ad arrivare a scuola alle otto. Anche a loro un cambiamento dell’orario gioverebbe”. Nulla di più vero.

Immagino le critiche. La prima: ma se gli studenti entreranno più tardi a scuola, finiranno anche più tardi le lezioni? Do la parola ancora al preside riportando quanto aveva spiegato allora: “Sì, è possibile ma non dobbiamo più pensare ad un modello di scuola come lo intendiamo oggi. Qui gli studenti potranno svolgere le attività pomeridiane, proprio come accade già all’estero”. I detrattori di quest’idea si facciano – come ho fatto io – un giro nelle scuole di Singapore o di New York per capire. Aggiungo io: nelle scuole del Nord dove i bambini fanno il tempo pieno (che in principio doveva essere tutt’altro di quanto è ora), stanno tra i banchi (spesso seduti a fare lezione frontale) anche otto ore. Se si riducessero, in questo caso, non lo riterrei una bestemmia.

La seconda polemica: non c’è il rischio che gli studenti si ritrovino pieni di compiti da fare, una volta tornati a casa? Risponde sempre Giuliano: “Assolutamente no. Il nostro obiettivo è anche quello di modificare la politica dei compiti e della mole di studio da portare a casa”. Finalmente, aggiungo io!

Terza critica. La più feroce: e mamme e papà come fanno ad andare a lavorare se devono portare i bambini a scuola alle nove o alle dieci? A chi li lasciano?

L’idea che negli ultimi decenni ha preso sempre più piede di una scuola “parcheggio” ha danneggiato in realtà i genitori stessi che oggi si trovano un luogo dove non si educa più ma si trattengono i bambini. L’idea di una scuola “parcheggio” ha, in maniera silente e serpeggiante, trasformato educatori in parcheggiatori con tanto di proprietario dell’area (il preside, non tutti ma tanti) ben felice di “far funzionare” così la macchina della distruzione delle menti. Un modello che funziona così bene da aver annacquato e demolito lo strumento dello sciopero: ci sono presidi che pretendono di sapere, prima del giorno fissato, se il docente resta o no a casa, per poter organizzare in ogni caso l’apertura affinché nessun genitore possa mai lamentarsi. Allora una domanda: è la scuola dei bambini o dei genitori?

Non voglio, tuttavia, essere ipocrita. Da qualche parte se si va a lavorare alle otto i bambini devono stare. Da anni molti Comuni hanno attivato il servizio di pre e post scuola. I ragazzini arrivano a scuola anche alle sette del mattino e trovano degli educatori ad accoglierli: se vogliono giocano con loro; possono continuare a riposare se serve ,oppure son liberi di leggere o fare altro. La lezione inizia dopo. Non mi sembra così difficile da capire che dobbiamo distinguere il servizio sociale dal fare scuola. “Elementare, Watson”.

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