VICENZA – L’obbligo, per legge regionale del Veneto, di seppellire i feti delle donne che hanno abortito, per cause naturali o volontarie, è diventato un caso. Una donna di 42 anni, vicentina, ha infatti denunciato pubblicamente il proprio sconcerto, dopo un aborto spontaneo, per essere stata costretta a firmare un foglio che autorizzava l’Uls Berica a procedere alla sepoltura. I feti vengono sepolti nel “giardino degli angeli”, un angolo del cimitero maggiore di Vicenza che è stato inaugurato un anno fa. Si tratta di un’area dedicata ad accogliere quelli che vengono definiti i “prodotti abortivi o del concepimento”. La donna non ha potuto decidere come gestire quanto era stato rimosso dall’utero dopo un raschiamento, ha dovuto subire le prescrizioni, anche contro la propria volontà.

Rimasta incinta a fine maggio, durante un’ecografia di controllo effettuata all’undicesima settimana, aveva scoperto che in realtà la gravidanza si era interrotta spontaneamente alla settima settimana. Intervistata da alcuni giornali locali, ha spiegato: “Ho avuto problemi da subito, ho avuto il Covid, ad ogni minaccia di aborto ho dovuto pagare l’accesso al Pronto soccorso perché venivo considerata un codice bianco. Quando ho scoperto che era andata male ho scelto di eseguire un raschiamento, perché mi sentivo più sicura rispetto all’espulsione naturale”. In ospedale si è vista presentare un primo modulo per il consenso informato all’esecuzione della procedura. “Poi le infermiere mi hanno invitata a firmare il modulo del consenso informato sulla sepoltura del prodotto del concepimento, chiedendomi di barrare una delle due caselle: o provvedevo io attraverso le pompe funebri, o ci pensava l’Ulss 8 Berica. Non volevo mettere nessuna crocetta, perché trovavo assurdo che ci fosse una lapide in cimitero a ricordare un momento tanto doloroso per me, ma mi è stato detto che ero obbligata dalla legge. Così ho lasciato il materiale all’azienda sanitaria e ho poi saputo che è stato tumulato al Giardino degli angeli. Quando ci penso, per me è orribile: mi sento giudicata. Oltretutto mi viene riferito che non tutti gli ospedali sono inflessibili come quello di Vicenza, il che significa costringere le donne a peregrinare da una struttura all’altra”.

In pratica, si tratta dell’attuazione delle disposizioni contenute in due leggi regionali. La prima, del 4 marzo 2010, indica le “Norme in materia funeraria”. La seconda, del 29 dicembre 2017, ha inserito alcune modifiche volute innanzitutto dall’assessora Elena Donazzan, all’epoca di Forza Italia, oggi in Fratelli d’Italia. Prevedono che “a ogni aborto, verificatosi in una struttura sanitaria accreditata, anche quando l’età presunta del concepito sia inferiore alle 28 settimane, nel caso in cui il genitore o i genitori non provvedano o non lo richiedano, l’inumazione, la tumulazione o la cremazione è disposta, a spese dell’azienda Ulss, in una specifica area cimiteriale dedicata o nel campo di sepoltura dei bambini del territorio comunale in cui è ubicata la struttura sanitaria”. Inoltre, “i prodotti abortivi o del concepimento sono riposti in una cassetta, che può contenere uno o più concepiti, secondo il criterio della data in cui è avvenuta la procedura di revisione strumentale/farmacologica della cavità uterina. Tale data è indicata sulla cassetta”.

La donna ritiene di aver subito una violenza: “Per me era un embrione il cui sviluppo si era fermato alla settima settimana, il fatto di avere una parte di me al cimitero mi fa stare male. Un conto è dire che la gravidanza è andata male, un conto è che ti facciano sentire di avere un bambino morto al cimitero. Che è comunque uno spazio cattolico, almeno nella visione collettiva. Trovo irrispettoso che non si possa scegliere. Penso anche alle donne che per qualsiasi ragione decidono di interrompere la gravidanza, a come si possono sentire giudicate”.

Elena Ostanel, consigliera regionale de “Il Veneto che vogliamo”, ha predisposto un progetto di legge per rivedere la norma. “Con la modifica alla legge del 2010, approvata dal Consiglio Regionale nel 2017, la Regione si è discostata dall’indirizzo nazionale andando ad imporre l’obbligo di sepoltura per i prodotti abortivi, quindi anche prima della 28esima settimana gestazionale. Quando ho sentito la storia di questa donna non potevo crederci. È aberrante che non ci sia libertà di scelta. È una norma medievale”.

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