Sono passati quarantacinque anni da quando Maria ha lasciato questo mondo, ma non è ancora morta la divina Callas.

A pochi giorni dalla scomparsa di un’altra icona greca, Irene Papas, mi chiedo se mai tramonterà la grandezza di Maria Callas cantante. Tutto quello che ha a che fare con il suo immenso talento, ma anche la sua personalità e la sua vita sono ancora indagati in tutti i dettagli e le sfumature, tra libri, film e spettacoli. Anche Dario Fo gliene aveva dedicato uno, Callas, l’ultimo scritto insieme a Franca Rame, portato in scena con Paola Cortellesi qualche anno fa, in una serata evento per la Rai. Quella voce inconfondibile, in grado di esplorare in maniera personale e unica, pur con delle particolari inimitabili impurità, i registri grave, medio e acuto in un’estensione di circa tre ottave, arrivando in alto e ancora più in alto, ma tessendo anche note gravi e drammatiche, è ancora regina indiscussa nell’interpretazione delle maggiori opere liriche nel Novecento, raggiungendo il “picco del canto lirico” come ho sentito affermare a Corrado Augias.

Il direttore d’orchestra Tullio Serafin, il più famoso dell’epoca, capì per primo le sue potenzialità, la sua musicalità e la sua voce, che chiamava “una grande vociaccia“, una grande brutta voce. Soprano naturale, leggero, drammatico di coloratura, mezzosoprano. Quale che sia la definizione più precisa per la sua voce, con essa la Callas si è cimentata ad incarnare, rivoluzionando il mondo dell’opera, personaggi complessi che ha tenuto in repertorio per tutta la durata del suo percorso artistico, anche se avrebbe potuto scegliere qualcosa di meno impegnativo quando era in palese calo fisico. Maria Callas riportò il dramma nell’opera, com’era alle sue origini, quindi non solo bel canto, come era diventato nel Novecento, ma melodramma, ossia recitare cantando.

E lei lo faceva innanzitutto e soprattutto con gli occhi, poi con tutta la sua persona, anche se si muoveva poco sul palco (tra l’altro era molto miope), sicuramente meno delle colleghe, con quel corpo che ha dovuto addomesticare, trasformandolo fino ad acquisire una fisicità da indossatrice, dopo un’adolescenza e una prima giovinezza in sovrappeso, vestita sciattamente. All’improvviso, con un estremo e rapido dimagrimento aveva conquistato una forma che l’aveva resa molto attraente e, grazie anche alla scelta di essere vestita dalla famosa stilista milanese Biki, ha affascinato donne e uomini di tutto il pianeta con il suo stile raffinato, gli elegantissimi abiti, il portamento regale, i gioielli vistosi e preziosissimi, il trucco marcato che metteva in evidenza i suoi grandi occhi scuri, profondi ed espressivi e le acconciature, i cappelli e le velette che incorniciavano il largo sorriso e lo sguardo magnetico.

Dotata di grande forza e volitività, Maria celava altrettanto dolore, e come un personaggio della tragedia greca visse una dimensione privata fatta di sofferenza e anche disperazione, a dispetto della sua dolce vita da vip, lussuosa e appagata dal successo. La sua folgorante carriera era cominciata prestissimo, dopo proficui studi di conservatorio che le avevano permesso con stacanovismo e dedizione di imparare a cantare, suonare il pianoforte e parlare in francese e italiano (oltre a conoscere già il greco e l’inglese). Mille successi e costante attenzione della critica a ogni sua uscita, studio indefesso, pignolo e meticoloso, la Callas, esigente e perfezionista, cantante, attrice e anche docente (nel ciclo di lezioni, Master Classes tenute nel ‘72 a New York), è stata purtroppo trascinata in una parabola discendente dalla sua fragilità di donna, di Maria, quella stessa Maria che se da un lato ha cambiato per sempre il modo di stare sul palco di una cantante lirica, l’ha anche ostacolata, impedendole di poter andare oltre, in una lotta continua affinché Maria raggiungesse il livello della Callas.

Tutto o niente era il suo motto e al tutto ha dovuto rinunciare in più di un’occasione. A quell’unico figlio, Omero, morto poco dopo la sua nascita, secondo quanto viene riportato da diverse fonti. Al padre di quel figlio, l’uomo con il quale ha vissuto la storia più scintillante e dolorosa. Sarà stata invidiata dalle donne di mezzo mondo quando, sorridente e felice, veniva immortalata accanto all’ambizioso e ricchissimo armatore (greco anche lui) Aristotele Onassis, che, ammaliato dal personaggio, forse con lo scopo di aggiungerla al suo carnet di conquiste famose, le fece vivere una lunga e intensa relazione di pura passione, probabilmente diversa dal rapporto borghese e composto con il marito Giovanni Battista Meneghini. Fino al doloroso epilogo. Prima, quel tradimento mai perdonato che le spezzò il cuore, il matrimonio tra Onassis e Jackie Kennedy, la vedova del presidente americano, di cui pare venne a conoscenza dai giornali.

Poi, la morte dello stesso Aristotele, a Parigi, un paio di anni prima che anche lei si spegnesse, nella stessa città. In una delle ultime interviste, parlando dei fastosi anni alla Scala, quelli più felici, quando perfino le maestranze si fermavano incantate e rapite ad ascoltare dietro le quinte, raccontava che all’epoca, con molta abnegazione, entusiasmo ed estremo rispetto dello spartito, nel quale si poteva trovare tutto quello che serviva all’interpretazione più aderente alle intenzioni del compositore, si dava il meglio di sé per eguagliare come minimo il livello precedentemente raggiunto e, se possibile, superarlo.

Diventare celebri è facile, durare è difficile, aveva affermato. Chissà mai se, pur consapevole come era della sua rivoluzionaria unicità, avrebbe immaginato questa immortalità, assicurata anche dalla sua disperata solitudine, da quegli ultimi anni passati ripiegata su se stessa nell’oblio, in una città, Parigi, che non le mostrava più lustrini e luci, ma ombre e dolore. La sua è la favola di un anatroccolo dal corpo ingombrante e dalla voce incompresa al principio, con il cuore segnato dai difficili rapporti familiari, che si trasforma in un cigno sfavillante dal grande bisogno di amore e dal triste destino. A una favola non si può chiedere che sia vera, ma che faccia sognare ed emozionare per sempre e così è la storia di Maria Callas.

Sostieni ilfattoquotidiano.it:
portiamo avanti insieme le battaglie in cui crediamo!

Sostenere ilfattoquotidiano.it significa permetterci di continuare a pubblicare un giornale online ricco di notizie e approfondimenti.

Ma anche essere parte attiva di una comunità con idee, testimonianze e partecipazione. Sostienici ora.


Grazie Peter Gomez

Sostienici ora Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Marracash, il suo live è una goduria per gli occhi e per le orecchie. Lo abbiamo incontrato dopo lo show, ecco cosa ci ha detto

next
Articolo Successivo

Sylvano Bussotti, collezionista di utopie e di arti: “I suoi spartiti? Sembravano quadri”. Da John Cage a Cathy Berberian: il ricordo di Quaglia, suo compagno di una vita

next