di Pietro Francesco Maria de Sarlo

Stiamo assistendo alla campagna elettorale più noiosa della storia, in parte per l’esito scontato e in parte per la pochezza di visione dei partiti. Detto ciò ci sono alcuni temi che penso stiano contribuendo a consegnare il Paese alla destra.

1) Letta-Meloni. Il recente dibattito al Corsera mi è parso un confronto tra simili. Letta, parte integrante dei salotti buoni, di tanto in tanto mette qualche nuance di rosa nei suoi discorsi. Meloni, che aspira a far parte dei salotti buoni, sembra aver perso la verve popolare che la distingueva. Un poco come la Nannarella della canzone che si è innamorata della musica americana e “li stornelli non canta più”. Pericolo fascista in archivio.

2) Astensionismo. Con l’idea di contrastare la destra si usano argomenti che invece spingono le persone a non votare o a votarla. Ad esempio la limitazione nelle scelte di politica economica in funzione dell’appartenenza all’Europa. Domanda: che votiamo a fare se tutto viene deciso altrove e senza possibilità di incidere? Quando Floris nella puntata del 13/9 rilancia più volte il video di Meloni che urla all’Europa: “la pacchia e finita” diminuiscono o aumentano i suoi voti? Altro esempio. L’ipotesi di un nuovo governo Draghi evocato da Letta, Renzi e Calenda o la presunta difficoltà di Mattarella nell’affidare l’incarico a Meloni. Domanda: perché votare se poi continuano a fare i governi come gli pare?

3) La riscoperta della sinistra. All’improvviso ci si accorge che il Re è nudo e che il Pd da molti non è più ascrivibile alla sinistra. Ecco Letta sconfessare le politiche fatte dai governi Pd nell’ultimo decennio, dal Jobs Act all’art. 18, e sposare le bandiere del Movimento 5 Stelle che tanto avevano denigrato come populiste e demagogiche: salario minimo e reddito di cittadinanza. Con che credibilità?

4) La riscoperta del Sud. Gentiloni nel 2018 firmò, con un governo in articulo mortis, un accordo per l’autonomia differenziata insieme ai governatori del Nord Zaia, Fontana e dal prossimo definitivo affondatore del Pd Bonaccini. Questo accordo prevedeva la sottrazione degli accordi stato-regioni al parlamento e la perpetrazione ad libitum del differenziale di spesa pubblica a favore del Nord. L’accordo è stato ripreso dal Ddl Gelmini con l’aggiunta di altri due governatori (Ciro, FI, e Giani, Pd). Il centrodestra è totalmente schierato a favore dell’autonomia, idem Azione e Italia Viva (non nel programma ufficiale ma confermato nei tweet di Gelmini). Gli unici partiti chiaramente contrari sono Unione Popolare e M5S. Letta, senza smentire i suoi governatori e Gentiloni, schiera il partito contro l’autonomia. Con quale credibilità?

5) Agenda Draghi. Secondo una simulazione con metodo Igem allegata al Pnr del 2017 (Governo Gentiloni) l’agenda Draghi del 2011, attuata dai governi Monti e Renzi, ci costò 300 miliardi di Pil dal 2012 al 2015. I tecnici hanno fatto più danni di Carlo in Francia. La narrazione dei giornali dei salotti buoni copre tutto perché finanziata da quelli che negli ultimi dieci anni sono diventati più ricchi e pagano le tasse in Olanda. Insomma i tecnici non hanno sanato nulla ma peggiorato le condizione del Paese aumentando contemporaneamente debito, precarietà e povertà. L’attuale governo, a una lettura più distaccata dai peana continui dei soliti giornali, ne combina una dopo l’altra. A partire dalla acritica adesione alle sanzioni, senza aver prima negoziato un’equa ripartizione tra i paesi europei dei prevedibili effetti negativi, fino alla questione dei bonus. Solo nell’ultimo mese decreti sbagliati, dagli extraprofitti all’abolizione del tetto agli stipendi, e al decreto aiuti ter, bocciato dall’Ufficio bilancio del senato. La finiamo con i governi tecnici?

6) Cosa può frenare Meloni. Credo che i suoi voti siano un dispetto verso l’establishment e a frenarne la crescita potrebbe essere la sua smania di accreditarsi in Europa, Usa, Draghi e i salotti buoni omologandosi e sostituendosi al Pd. Se è così solo i non omologati (M5s e Unione Popolare) possono contendere i suoi voti.

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