Alla fine ha avuto ragione re Farouk d’Egitto, che nel 1948 profetizzava tra il serio e il faceto: “Presto resteranno solo cinque re: il re d’Inghilterra, il re di picche, il re di fiori, il re di cuori e il re di quadri”. E Farouk, affezionato frequentatore di casinò, sapeva quel che diceva. Non che i regnanti siano scomparsi dal mondo: abbiamo ancora quindici monarchie parlamentari con sovrani senza poteri effettivi e il Regno Unito è tra queste, otto monarchie costituzionali in cui re principi e granduchi sono anche capi dell’esecutivo, e sette monarchie assolute. Ma di teste coronate si parla sempre meno, finita l’epoca d’oro dei rotocalchi, mentre di Elisabetta II d’Inghilterra non si è mai smesso di parlare.

Per il buon motivo che la Regina con la maiuscola, l’unica regnante che ha offuscato tutti gli altri, è stata lei, Elizabeth Alexandra Mary Windsor, nata a Londra in una casa che non esiste più in Bruton Street il 21 aprile 1926 e incoronata a 27 anni, il 2 giugno 1953. Da allora “the world’s sweetheart”, la fidanzata del mondo come la definirono nel 1957 gli americani mentre era in visita, non ha mai mollato la presa. Affrontando con la stessa imperturbabilità l’incoronazione (“Sei nervosa?” le chiese la nanny Marion Crawford mentre la preparava alla cerimonia, e lei in risposta, parlando d’altro: “No, credo che il mio cavallo alla fine vincerà la corsa”), la venerazione dei sudditi e i bruschi cali di popolarità degli anni ’90 quando Diana divenne l’icona pop del momento.

Come ci è riuscita? Prima di tutto durando, attraversando quasi sette decenni di vita inglese. E l’esserci, in una monarchia che da qualche secolo regna ma non governa, in una casa regnante nata tedesca e diventata risolutamente inglese compiendo il doppio salto carpiato da Hannover a Windsor, è quasi tutto. Già nel 2015 Elisabetta aveva superato la trisavola Vittoria, regina d’Inghilterra e imperatrice d’India per 63 anni e 216 giorni. Oggi il conto si chiude dopo più di 70 anni di regno, il più lungo della storia.

E poi facendo: la sua è stata una “working monarchy”, a differenza della “partying monarchy” di tanti, troppi membri della casa reale. Tutte le mattine alla scrivania alle nove e mezza, come un capufficio pignolo, a leggere i documenti di Stato delle “red boxes” e, forte di quelle informazioni, pronta ad affrontare il colloquio settimanale con il primo ministro (una volta il conservatore David Cameron, che aveva avanzato un’obiezione, si sentì rispondere: “Sua Maestà ha risolto quel problema sette primi ministri prima di lei”), gli impegni istituzionali e i patronati, i viaggi e le mondanità ufficiali.

Il sito di Buckingham Palace ha fatto il conteggio delle sue molteplici attività: 102 banchetti di Stato offerti, 116 paesi visitati in 78 tour ufficiali, circa 300 impegni istituzionali all’anno appena ridotti negli ultimi tempi. E poi i 139 ritratti ufficiali per cui ha posato, i 100mila telegrammi d’auguri spediti ad altrettanti centenari britannici (uno lo andò a consegnare di persona nel 2000, per una volta postina, alla Regina Madre, ed era firmato Lilibeth), i 300mila telegrammi di congratulazioni agli inglesi che festeggiavano le nozze di diamante, i tre milioni di pezzi di corrispondenza spediti (e i 3.300.000 ricevuti), i garden parties nei prati delle sue regge in cui ha ospitato oltre 1.100.000 persone, le 405mila onorificienze conferite e consegnate di persona (sì, anche quelle ai Beatles, mentre il pittore Francis Bacon, lo scultore Henry Moore e il romanziere Aldous Huxley le rifiutarono).

Una regina con un forte senso del dovere e un altrettanto forte senso del ruolo. “Grazie, Maestà, perché in cinquantaquattro anni di regno non ha mai permesso alla maschera di scivolarle dal volto” scriveva il Times per i suoi ottant’anni. Aveva ragione. Nel 1947, ancora principessa, nel primo discorso pubblico in Sudafrica Elisabetta si era caricata sulle spalle il ruolo, con qualche enfasi: “Io dichiaro davanti a voi tutti che la mia intera vita, sia essa lunga o breve, sarà dedicata al vostro servizio e al servizio della nostra grande famiglia imperiale alla quale tutti apparteniamo”.

Ma quale maschera ha calato sul volto Elisabetta II, nel suo lungo regno? La regina ha incarnato con sobria naturalezza la peculiare attitudine, tutta inglese, a conciliare tradizione e modernità, a tenere tutto insieme, e anche il contrario di tutto. L’attitudine di un popolo che ha tagliato la testa al re prima dei francesi salvo restaurare la monarchia; che si è scisso dalla Chiesa di Roma restando però a mezza strada fra cattolicesimo e riforma protestante (la Chiesa anglicana che Elisabetta presiede è questo ibrido: niente obbligo di celibato per il clero, tanti filoni dottrinali ma pochi dogmi e molta liturgia; e, soprattutto, niente “papisti”: noi inglesi non ci comanda nessuno). Un’attitudine che le ha consentito di fare da argine alle accelerazioni troppo brusche della società senza tuttavia ostacolarle, limitandosi ad accompagnarle e a prenderne atto. È così che negli anni ’50 la regina vieta alla sorella Margaret di sposare un divorziato, e nel 1995 mutati i tempi impone il divorzio a Carlo e Diana.

Un piede dentro e uno fuori: nel mondo ma a una certa distanza, con l’ambizione di essere “sopra”, con un’illusione imperiale che non si è ancora del tutto spenta e che perpetua quel senso di grandeur perduta per il pubblico dei sudditi. Con un fortissimo orgoglio nazionale che la regina ha incarnato anche nei gusti personali da campagnola tutt’altro che disperata (“Se non mangia fieno e non scorreggia non le interessa”, disse il marito Filippo a proposito della sua passione per i cavalli, ma altrettanto si potrebbe dire dei pestiferi corgi reali che azzannavano impuniti i polpacci dei primi ministri); negli stivali di gomma impermeabili e foulard per le passeggiate in brughiera, nell’abbigliamento molto british e vistoso delle circostanze ufficiali (per essere riconosciuta dalla folla; anche gli ombrelli dovevano essere trasparenti perché non la si perdesse di vista, e al bando Dior e Givenchy di sorella e nuore sciupone); nel cibo insipido e patriottico, anche fish and chips con l’unica concessione della salsa béarnese. Insomma, nell’attitudine discreta quanto caparbia degli inglesi di ritenersi il centro del mondo, come in quella famosa battuta: “Tempesta sulla Manica, il continente isolato”.

Elisabetta che ha detenuto, come i predecessori, l’unico potere di “consigliare, incoraggiare, avvertire” e che, come loro, ha inaugurato le sessioni annuali del Parlamento leggendo il Discorso della Corona scritto dal primo ministro, senza lasciar trapelare in pubblico alcun sentimento politico, è stata tuttavia la regina per diritto divino, quasi la monarca assoluta, che venne incoronata nel 1953 con la formula magniloquente: “Sia la tua testa unta con il santo olio: come i re, i sacerdoti e i profeti furono unti. E come Salomone fu unto Re da Zadok il sacerdote e Nathan il profeta, così sia tu unta, benedetta e consacrata Regina sopra i popoli che il Signore tuo Dio ti ha dato da guidare e governare”.

E gli inglesi hanno continuato ad essere “sudditi”, anche se poco protocollari e altalenanti tra il feticismo adorante di chi la metteva sui francobolli e sulle banconote, sulle tazze da tè e sulle t-shirt, e la ribellione rumorosa di chi chiedeva che almeno pagassero le tasse, lei e la sua tribù di reali scrocconi (le paga, dal 1992). Questa sovranità per diritto divino, per quanto formale e poco più che rituale, le ha attirato più di una critica nel corso del tempo. L’ultima è stata quella dell’ex sottosegretario libdem Norman Baker, autore di un libro assai affilato sui Windsor: “La loro è una monarchia imperiale che discende da Dio, sebbene sia una monarchia costituzionale in teoria, con un retaggio da monarchia assoluta. È diversa dalle monarchie del Benelux o dei Paesi scandinavi. In quei Paesi il monarca giura di rispettare la Costituzione e servire la democrazia, mentre qui siamo noi cittadini che dovremmo giurare fedeltà alla Corona. Perché? Perché un deputato eletto alla Camera dei Comuni non può effettivamente dirsi eletto finché non presta giuramento a una persona non eletta? Non è più accettabile nel 2021. Dobbiamo modernizzarci”.

Elisabetta è riuscita a mantenere le critiche sotto il livello di guardia. Merito di una politica di “coesione sociale” che, in punta di piedi e senza esternazioni, le ha fatto contrastare maschi e femmine alfa tra i tories come tra i laburisti. Margaret Thatcher, che pure era fervente monarchica e ne tesseva le lodi (a proposito degli incontri settimanali disse: “Chiunque pensi che siano una mera formalità, o limitati ad amenità sociali, si sbaglia; sono molto simili a riunioni di lavoro e Sua Maestà mostra di avere una visione formidabile delle tematiche più urgenti e una grande esperienza”), ha avuto con lei aspri scontri. Elisabetta le rimproverava il pugno di ferro contro i minatori in sciopero, la politica del muro contro muro che non poteva accettare. Simpatie leftist? No, agiva come suo nonno, l’iperconservatore Giorgio V che mise a loro agio negli anni ’20 del secolo breve i primi laburisti al governo – MacDonald l’affamato, Thomas l’autista, Henderson il fuochista e Clynes l’operaio tessile – diventando anche amico di alcuni di loro, e che nel 1926 di fronte all’intemerata di Lord Durham, proprietario di pozzi di carbone, contro “quei dannati rivoluzionari” in sciopero, ribatté secco: “Provi a vivere con i loro salari prima di giudicarli”. Elisabetta super partes, i minatori del Galles li aveva visitati dopo il disastro di Aberfan che nel 1966 aveva inghiottito una scuola elementare uccidendo 116 bambini, saggiamente consigliata dal premier laburista Harold Wilson, entrando nelle loro case e lasciandosi anche scappare una furtiva lacrima, lei dipinta così “stiff upper lip”, incline all’impassibilità e al labbro superiore rigido degli inglesi bennati. Una lacrima forse simulata ma quanto mai opportuna.

Ed Elisabetta capo del Commonwealth, quel surrogato di impero che federa su base volontaria 54 Paesi, quasi tutti ex colonie, 15 dei quali – anche l’Australia, la Nuova Zelanda, il Canada – hanno scelto di continuare ad averla come regina. Un impegno preso assai sul serio, con tour estenuanti e con la difesa delle loro richieste, anche quando erano dirette contro il “Commonwealth dei bianchi”. È avvenuto con la Rhodesia pre-Zimbabwe del razzista Ian Smith, cacciata dall’organizzazione. E soprattutto con uno scontro – felpato ma ferocissimo, e per una volta pubblico – con la Thatcher quando la premier inglese decise di non sottoscrivere le sanzioni contro il regime sudafricano dell’apartheid. Elisabetta le ricordò, davanti a tutti i capi di stato e di governo, che la suprema autorità del Commonwealth era lei. La spuntò, ovviamente, e le sanzioni passarono. Un altro scontro al calor bianco ci fu nel 1983 quando gli Stati Uniti di Reagan invasero, con l’operazione Urgent Fury, la piccola repubblica caraibica di Grenada, membro del Commonwealth, sospettata di voler concedere una base a russi e cubani. Un’infuriata Elisabetta costrinse la Thatcher a interrompere il consiglio dei ministri per andare a palazzo a riferirle e la spedì a protestare con gli americani che non si erano presi il disturbo di avvisare. Piccoli gesti, concreta espressione di un soft power che ha consentito al Regno Unito di continuare a pesare in ampie parti del mondo.

Altalenanti sono stati anche i rapporti con il premier della “terza via” Tony Blair. La vulgata dice che Elisabetta non gli abbia perdonato di averle forzato la mano dopo la morte di Diana Spencer (la “principessa del popolo”, definizione della demagogia pop blairista), costringendola a pronunciare un discorso televisivo che riabilitava la nuora, a prendere parte ai suoi funerali e ad esporre la bandiera a mezz’asta su Buckingham Palace. La storia è forse più complessa, e la scarsa sintonia fra loro è stata più di sostanza: a Elisabetta non poteva piacere il suo piglio “presidenziale”, il suo fare spicciativo, la sua semplificazione decisionista di norme e procedure, il considerare i colloqui con la regina una pura formalità. Non poté vietargli niente, ma si vendicò non concedendogli, unico fra i quattordici ex premier che aveva ricevuto durante il suo regno (15 con Liz Truss che ha giurato proprio ieri) l’Ordine della Giarrettiera, e non invitandolo nel 2011 al matrimonio del nipote William.

Altre impuntature piccole e grandi, spifferate dai “royal watcher”, dimostrano che Sua Maestà i sassolini dalle scarpe se li sapeva levare. Il radical e anti-Windsor Tony Benn, ministro delle Poste con Wilson, si presentò al suo cospetto con un bozzetto di francobollo che avrebbe abolito la sua effigie e lasciò l’udienza convinto di aver vinto la battaglia. Elisabetta si limitò ad ascoltarlo per 40 minuti senza dire niente: semplicemente, il suo segretario aveva già parlato con il premier facendo accantonare il progetto. In seguito, a chi le suggerì di risarcire Benn invitandolo a palazzo, rispose gelida: “No, non gli piacciamo”. Per non dire dello scherzetto un po’ sadico giocato al vice di Blair, il “repubblicano” benché Lord John Prescott. In un’occasione pubblica, mentre lui le parlava, lei abbassò sempre più la voce riducendola a un sussurro e costringendolo a piegarsi in avanti per sentire. Come se si inchinasse. Con la Thatcher, sempre lei, le reazioni andavano dall’esasperato al sarcastico. Al castello scozzese di Balmoral, dov’era consuetudine estiva dei Windsor offrire agli ospiti un barbecue in cui Filippo grigliava salsicce e alla fine Elisabetta lavava i piatti, di fronte ai tentativi del premier di aiutarla Sua Maestà sbottò: “Qualcuno può dire a quella donna di restare seduta?”. Mentre all’annuale ricevimento del corpo diplomatico, dopo qualche ora in piedi (Elisabetta era allenata anche a questo), di fronte alla Lady di Ferro che, sentendosi mancare, si era lasciata cadere su una sedia, commentò: “Oh, guarda, si è accasciata di nuovo!”

Altro che figlie del droghiere come Meg Thatcher e principesse del popolo come Lady D: la ricchissima Elisabetta (il suo patrimonio è stato stimato nel 2012 a 310 milioni di sterline), senza rinunciare a niente, ha sempre mostrato in pubblico e in privato una solida tempra inglese poco avvezza agli orpelli. Merito dell’educazione familiare: a Buckingham Palace, durante la seconda guerra mondiale, la famiglia reale seguiva il razionamento come tutti e, quando il palazzo fu bombardato dalla Luftwaffe, la madre di Elisabetta commentò: “Finalmente posso guardare in faccia gli abitanti dell’East End”, il quartiere popolare devastato dalle bombe. Mentre i nostri Savoia scappavano a Brindisi, i reali d’Inghilterra restavano al loro posto. Neanche Lilibeth e Margaret, che Churchill voleva far sfollare in Canada, si mossero. Celebre la risposta, ancora della regina consorte di Giorgio VI: “Le bambine non se ne andranno senza di me. Io non me ne andrò senza il re. E il re non se ne andrà mai”. Su questo capitale di fiducia Elisabetta ha costruito il suo regno. Di suo ci ha messo molta parsimonia, virtù che i sudditi hanno sempre apprezzato (mezzi limoni rimandati in cucina dai banchetti perché “possono ancora servire”, abiti reindossati e tacchi risuolati, giro serale di Buckingham Palace per controllare che le luci venissero spente), una grande cautela istituzionale e un riserbo chissà quanto anaffettivo, certo molto inglese, da “never complain, never explain”. Gesti simbolici, che però hanno contato.

Il rovescio della medaglia, in una così tenace devozione al mestiere di regina, è stata una famiglia più o meno disfunzionale che, non fosse stata la Famiglia Reale, avrebbe richiesto l’intervento dei servizi sociali. Colpa forse anche sua, troppo assorbita dal lavoro, chissà. Dal marito Filippo, principe spiantato e chiacchierato sposato per amore nel 1947, al quale molto è stato perdonato e sul conto del quale molto è stato smentito (tra le scappatelle del duca di Edimburgo figurano Alexandra di Kent cugina di Elisabetta, Daphne Du Maurier, le attrici Jane Russell, Zsa Zsa Gabor, Shirley MacLaine e Merle Oberon, più un certo numero di aristocratiche e di mogli di giocatori di polo, mentre a Elisabetta è stata attribuita soltanto un’amicizia con il responsabile delle sue scuderie, Lord Porchester) alla madre spendacciona alla quale ha dovuto ripianare conti in rosso milionari e alla sorella Margaret, socialite sfrenata che inaugurò nel 1979 la serie dei divorzi reali. Fino ai figli, tre su quattro divorziati e alcuni con molto clamore (il triangolo Carlo-Diana-Camilla, il mandrillo seriale Andrea con la scialacquatrice e disinvolta Sarah Ferguson).

Finché Elisabetta ha tenuto le redini, la monarchia è sopravvissuta. Ma l’ultimo scandalo di Andrea, coinvolto nel giro pedofilo del miliardario americano Jeffrey Epstein e sospeso da tutte le funzioni pubbliche, e la Megxit, l’uscita di Harry e Meghan Markle dalla famiglia reale (il 48% dei giovani li approvano) hanno lasciato il segno. E se il grigio Carlo non è più inviso ai sudditi come lo era dopo il divorzio da Diana, e William primogenito di Carlo con la consorte Kate Middleton sembrano avere preso il master da regnanti pronti al gran passo, gli scricchiolii tuttavia si avvertono. Un sondaggio di YouGov pubblicato nel maggio 2021 da The Independent segnala che i giovani tra i 18 e i 24 anni preferiscono un capo di Stato eletto (41%) a un monarca (soltanto 31%), che nella fascia 15-49 il consenso per la monarchia è crollato al 53% (era dell’83% nel 2016) e che gli adoratori dei Windsor dimorano soprattutto fra gli over 65 (81%). L’ipotesi che la monarchia tramonti però, giurano tutti, è remota. Lo storico Robert Lacey, consulente della serie tv The Crown, liquida la crisi con una battuta: “Ci sono più possibilità di abolire il Papato che la monarchia britannica. Ma il Real Madrid e Netflix dureranno più a lungo di entrambi”. Anche Bergoglio è avvisato.

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