Lui l’ha fatto. Mercoledì mattina, giorno del primo collegio docenti, ha convocato il “parlamentino” nel bosco. Dalle ore 9.15 alle ore 12.30 in presenza, presso il podere Villa Alessi, sui colli Euganei. “Durante il collegio docenti faremo una passeggiata, una metafora del cammino che stiamo facendo tutti insieme e che faremo durante il nuovo anno scolastico. Si suggerisce di portare acqua e un asciugamano o tappetino per sedersi a terra”.

Così ha scritto Alfonso D’Ambrosio, fisico, campano, da quattro anni a capo dell’istituto di Vo’ Atestino, in provincia di Padova. Chi ha voluto ha fatto yoga, altri hanno camminato, ascoltato musica, pranzato insieme. Un atto coraggioso in un pianeta, quello della scuola, dove ad affossare la creatività, la bellezza, il senso di comunità sono spesso proprio i presidi. D’Ambrosio ha “copiato” (evviva chi copia le buone pratiche) Gian Franco Zavalloni, il direttore didattico arrivato dalla scuola dell’infanzia e autore de La pedagogia della lumaca: lui – mi raccontava la moglie – faceva i collegi docenti così, nella natura, lontano dal pedissequo rito annuale; dalla monotonia; dalla sclerocardia, come direbbe padre Enzo Bianchi.

D’Ambrosio ha mostrato a tutta l’Italia che un’altra scuola è possibile. Una bella speranza. Un bel messaggio di rivoluzione. Resta da convincere il 99% (cifra sparata a caso) che stamattina ha fatto il collegio in un solo modo, quello di sempre. Il preside seduto, come se fosse una lezione frontale (e questo la dice lunga), davanti al suo plotone ubbidiente. E via con le approvazioni: verbale della seduta precedente; a informare delle norme di contrasto del contagio Covid 19; a deliberare la scansione dell’anno scolastico in trimestri e quadrimestri; ad approvare il piano delle attività dell’anno. Stessa scaletta degli ultimi dieci anni. Stessi voti. Stessa noia.

Ma c’è di peggio. Qualcuno dei colleghi di D’Ambrosio ha scritto: “Che strunzata”; “Non è un collegio è una buffonata”; “Ho seri dubbia sia un collegio”. Ecco perché la scuola non può cambiare. Perché quelli come Alfonso son pochi. La differenza è sottile sottile ma rivoluzionaria: qualcuno vuol farla funzionare la scuola e qualcun altro la vuol cambiare.

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