Chi ha paura di Giorgia Meloni? Beh, francamente un po’ dovremmo averne, verso la prima donna in pole position per diventare primo ministro della Repubblica italiana che promette di sbaraccare l’intero apparato valoriale/simbolico costituzionale. Fascista? Il lessico, la postura e perfino il pregresso biografico sono da nostalgica. Ma se ne facciano una ragione i gigioneschi custodi della narrazione nata dalla Resistenza: nei suoi confronti ogni riferimento al Ventennio lascia il tempo che trova; almeno presso larga parte del corpo elettorale. E chi insiste a battere su questo tasto spreca tempo.

Forse si potrebbe fare di meglio evidenziandone i punti deboli: new entry politica, lei che fu ministra nel quarto governo Berlusconi e dichiarò in Parlamento che Ruby Rubacuori era nipote di Mubarak? Voce al femminile, lei che strepita di “Modello Marche”, la regione amministrata dal suo partito conculcando il diritto delle donne a decidere sulla propria gravidanza? Sincera atlantica, lei che coltiva rapporti privilegiati con l’ungherese filo Putin Orban e con i nostalgici franchisti spagnoli di Vox? Pronta a risolvere le crisi del Paese, lei che ha solo un repertorio di frasi fatte e un gruppo dirigente di attrezzi arrugginiti, con le facce di Ignazio La Russa e Daniela Santanché?

Invece, in base all’inveterato costume nazionale (giornalistico in particolare) del correre in soccorso della vittoria, è tutto un pigolio di blandizie nei confronti del successo annunciato di questa quarantacinquenne della Garbatella, cresciuta a pane e Fronte della Gioventù. Una via spianata anche dall’impalpabilità politica di chi dovrebbe contrastarne l’ascesa. Ovviamente dimenticando i competitor nel suo stesso schieramento, auto-declassatisi a rango di macchiette: Silvio Berlusconi, un caimano sdentato pronto per la pelletteria (borse e valigie) mentre vaneggia di seconda carica dello Stato, che forse gli sarà concessa grazie alla sua tuttora elevata potenza di fuoco televisiva; Matteo Salvini, uno che si è perso il biglietto vincente della lotteria di Capodanno e si aggira biascicando da rintronato battute che lo avevano fatto scambiare per un vincente, ma che ce lo ritroveremo ministro.

Quindi, se dalle parti della Destra i regolamenti di conti sono avvenuti e la Meloni ha stravinto, il possibile dente d’arresto alla sua (ir)resistibile ascesa dovrebbe essere attivato dal fronte opposto. Che invece si conferma uno zoo di maldestri: il pretino Enrico Letta che si proclama tigre e intanto miagola, il pavone Carlo Calenda che fa la ruota ma non si capisce quali siano i successi che alimentano la sua patologica egolalia, la volpe astuta Matteo Renzi che non sa più quali trappole escogitare e finisce per allestirle a danno di chi l’aveva seguito nel club per pochi intimi di Italia Viva (e rimarrà a spasso), lo stesso dicasi per il furetto incantatore Luigi Di Maio che lascia a terra la sessantina disperata che l’aveva seguito per allungare i benefit connessi al fare flanella a Montecitorio. La sagra della sopravvivenza di chi sa solo campare di politica, che unisce in un unico destino i fantasmini entristi di +Europa (la protesi pannelliana Emma Bonino e il diafano reperto liberista Benedetto Della Vedova) ai presunti antagonisti verde-rosso in cerca di sistemazione: il Nicola Fratoianni, sempre con quell’aria un po’ così sullo sgualcito, e lo spaesato/silente Angelo Bonelli.

Cosa ci resta in questo cesto di verdura andata a male? Verrebbe da dire il tentativo di Giuseppe Conte di rifondare un partito quanto di più simile a una sinistra; con il suo programma dove spiccano temi che tutti gli altri hanno dimenticato: ambiente e disuguaglianze. Ma su cui incombono le mattane dell’ambiguo garante di Sant’Ilario, di cui credevo di averne memorizzato la più demenziale nella sponsorship a ministro della Riconversione ecologica del nemico di tale riconversione Roberto Cingolani. Niente a confronto della perla appena letta su MicroMega: nel 2017 dichiarava al Journal du Dimanche: “se Trump ha voglia di convergere con Putin non può che avere il nostro appoggio. Due giganti come loro che dialogano: è il sogno di tutto il mondo!”.

Cosicché – se tanto mi dà tanto – prepariamoci a un periodo in cui una biondina che ulula “Yo soy Giorgia” farà un bel po’ di manomissioni: della Costituzione già dall’articolo 1 ai diritti sindacali (mal tutelati da sindacati tira-a-campare), da un pur ammaccato sistema democratico ai diritti sociali, ossia “le stecche del corsetto della cittadinanza”; oltre a un po’ di atti simbolici e vendette di varia intensità. Indisturbata.

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