Avvocato e maratoneta. Attento tanto alla forma fisica quanto al guardaroba, in giacca e cravatta sotto il solleone (bermuda e infradito solo a Santa Margherita, dove passa le vacanze). Berlusconiano della prima ora, ma più uomo di partito (liberal, verrebbe da definirlo) che frequentatore di Villa San Martino. Gaffeur più che responsabile della disastrosa gestione della pandemia in Lombardia. Giulio Gallera era uomo immagine, politico che entrava nelle case di tutti gli italiani spaventati, all’inizio dell’emergenza Covid, con quel suo fare a metà tra il rassicurante e il paternalistico. E già si vedeva nell’ufficio più prestigioso di Palazzo Marino, a guidare la sua Milano, l’anno successivo. Ma la sua parabola è durata – o sembrava durare – poco. Il centrodestra (Matteo Salvini in testa) non poteva più tollerare le incapacità dimostrate dalla Giunta lombarda. E così, un po’ per commissariare Attilio Fontana e un po’ per risollevare le sorti di una Regione che non riusciva nemmeno a vaccinare gli anziani (e che di lì a poco sarebbe finita in zona rossa pur non dovendoci finire “solo” perché aveva comunicato dati sballati, e sbagliati) il fu assessore al Welfare venne sacrificato sul più tradizionale altare dei capri espiatori: l’8 gennaio del 2021 fu costretto a cedere il posto a Letizia Moratti. Ma Gallera, abituato alle lunghe distanze, sa che la fedeltà paga. E, infatti, ecco la rinascita: per lui c’è un seggio in Parlamento.

GALLERA IL GAFFEUR – La prima conferenza stampa, da protagonista, fu quella del 21 febbraio del 2020 nella strapiena sala stampa di Palazzo Lombardia. In quell’occasione c’erano centinaia di persone, accalcate le une sulle altre: politici (anche Salvini), dipendenti della Regione, fotografi, cameraman, giornalisti (qualcuno era appena tornato da Codogno e Casalpusterlengo, dove erano stati riscontrati i primi positivi). Da quell’occasione l’appuntamento di Gallera con le telecamere è stato giornaliero, tanto da diventare il volto della lotta al coronavirus in Lombardia. Il problema è che al di là della lettura del bollettino, coi dati dei contagi e delle ospedalizzazioni – un rito, per quanti erano costretti a casa, causa isolamento sanitario – il nostro iniziò a lanciarsi nelle ipotesi, nei paragoni, nel campo dell’opinabile. Come quando cominciò a dipingere la Lombardia come la povera malcapitata, vittima di un destino avverso. O come quando cercò di spiegare ciò che stava accadendo – o, più precisamente, di autoassolvere se stesso e la propria Giunta – con un “vedo che sui social c’è rabbia per chi non rispetta le regole. C’è ancora troppa gente in giro”. Come se la responsabilità dei contagi fosse da imputare a un numero esiguo di persone.

La gaffe più famosa, però, resta quella legata all’indice di contagio. “Per infettare me – disse – bisogna trovare due persone nello stesso momento infette perché è a 0,50“. E poi: “Questo vuol dire che non è così semplice trovare due persone nello stesso momento infette per infettare me”. E infine, imperterrito: “Quando è a 1, vuol dire che basta che io incontro una persona infetta che mi infetto anche io”. L’assessore al Welfare confuse un valore statistico con un’occasione di “vicinanza” con due soggetti infetti (sic). Un’assurdità, naturalmente. In ordine, poi, ci fu il ringraziamento agli ospedali privati che avevano aperto “le loro stanze lussuose” a tutti i pazienti. L’indimenticabile violazione della zona arancione, quando per una corsetta uscì da Milano: “Ero sovrappensiero – si giustificò – non ho visto il cartello”. In quella circostanza pubblicò la foto della sgambata, insieme a un gruppo di amici (nonostante il divieto imposto dalle regole anti-Covid). In mezzo i fatti più gravi per i quali, come detto, Gallera ha pagato in prima persona, pur essendo corresponsabile insieme ad altri politici (Fontana) e dirigenti: l’incertezza sui dati, il basso numero di tamponi, il caso delle residenze per anziani, la mancata zona rossa nella Bergamasca (col governo), i vaccini che non decollavano. Su quest’ultimo punto il buon Giulio, per non smentirsi, ci aggiunse del suo: “Abbiamo medici e infermieri che hanno 50 giorni di ferie arretrate. Non li faccio rientrare in servizio per un vaccino nei giorni di festa”. Fu la goccia che fece traboccare il vaso. E che gli costò il posto.

IL LIBERALE PARTITO DAL BASSO – Cresciuto nella Gioventù liberale, a 23 anni Gallera diventa segretario cittadino dei Giovani liberali. Due anni dopo, nel ’94, è tra i fondatori di Forza Italia nel capoluogo lombardo, dove comincia la gavetta: consigliere nella Zona 19 (Affori e Bovisa, oggi Municipio 9), vicepresidente del Consiglio di Zona; poi la promozione, nel ’97, a Palazzo Marino, con l’incarico di vicecapogruppo forzista; assessore al Decentramento territoriale con Gabriele Albertini, vicepresidente Anci Lombardia nel 2004 e capogruppo, di nuovo, a Palazzo Marino, sempre con gli azzurri. Ma in Consiglio comunale, nel bene o nel male, non lascia un segno indelebile: “Era una persona educata, un vero liberale – ricorda Basilio Rizzo, storico rappresentante della sinistra milanese, per 38 anni a Palazzo Marino – non lo ricordo impegnato in battaglie particolari, ma era certamente tra i più ortodossi tra i banchi del centrodestra. Non faceva parte del clan di Silvio Berlusconi, semmai era nato col partito e cresciuto con esso. La carriera l’ha fatta in Regione”.

ASCESA, CADUTA E IL SOGNO DI ANDARE A ROMA – Entra al Pirellone nel 2012 e viene rieletto l’anno dopo. Ma la vera occasione si presenta quando Mario Mantovani lascia, prima, l’assessorato alla Salute e viene arrestato, poi, il 13 ottobre del 2015, per la vicenda degli appalti relativi alle persone dializzate. Gallera, insieme a Claudio Pedrazzini, era appena entrato nella scuderia di Mariastella Gelmini e ne era diventato l’uomo di punta. E quando Roberto Maroni deve pensare a una figura di spessore che possa ricoprire il neonato – e ricchissimo – assessorato al Welfare, ecco che Gallera si trova, come si dice, al posto giusto nel momento giusto. Ricoprirà lo stesso incarico, come si sa, anche nella legislatura successiva, fino al triste epilogo, con la cacciata decisa da Salvini in favore di Moratti.

Anche in questa circostanza, tuttavia, Gallera si dimostra uomo di partito. E non apre bocca. Forse sapendo, da maratoneta, che la crisi arriva intorno al trentacinquesimo chilometro. E che da lì si può risalire. Così, senza fiatare, si prende la presidenza della commissione Bilancio. “È uno a cui piace esserci e farsi vedere” racconta un collega, “e infatti in commissione non si è fatto piegare da Caparini (Davide, assessore al Bilancio, ndr), anzi, gli faceva da contraltare”. Già, è uno a cui piace “esserci”. “Il suo sogno è andare a Roma” continua la fonte, “e sul suo curriculum può vantare la gestione di un assessorato potente, che gestisce un mucchio di soldi. Arriverà in Parlamento con un gettone da spendere, come fosse al secondo mandato. E per questo, secondo me, potrebbe ambire già a un incarico in una commissione o nel futuro governo“.

Nell’attesa Gallera ha scelto le proprie battaglie: ha difeso i commercianti contro i no green pass che paralizzavano la città, ha pubblicato un libro dal titolo eloquente, Diario di una guerra non convenzionale, per spiegare dal suo punto di vista ciò che è successo in Lombardia durante il periodo più duro del Covid; ha elogiato Mario Draghi, salvo poi allinearsi al partito che ha contribuito a farlo cadere perché “è meglio avere un governo con una base parlamentare coesa che un presidente del Consiglio autorevole sostenuto da forze politiche litigiose”; e ha rilasciato alcune interviste. In nessuna di esse ci sono riferimenti alla gestione della pandemia, agli errori suoi e della Giunta guidata da Fontana. E questo era abbastanza ovvio. Meno scontato che non ci fosse nemmeno una gaffe. Viene da dire: per fortuna.

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