Si potrà prevedere il rischio di un infarto del miocardio attraverso un esame oculistico di routine. È la conclusione di una ricerca dell’European Society of Human Genetics. In sintesi, i ricercatori hanno scoperto che la combinazione delle informazioni sui vasi sanguigni nella retina con i fattori clinici tradizionali ha consentito di identificare meglio la probabilità di un attacco di cuore nel gruppo di partecipanti rispetto ai modelli consolidati che includevano solo dati demografici. La scoperta creerebbe quindi un nuovo modello di valutazione che permette di classificare meglio i soggetti umani con il maggior rischio di infarto miocardico, rispetto ad altri modelli simili creati in precedenza con una previsione fino a cinque anni prima dell’evento. Ne abbiamo parlato con il professor Margonato, primario dell’Unità Operativa di Cardiologia Clinica all’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e professore ordinario di Cardiologia all’Università Vita- Salute San Raffaele.

Professor Margonato, siamo di fronte a una svolta epocale per la diagnosi precoce di infarto?
“Va innanzitutto sottolineato che i risultati di questo studio andranno confermati da altre ricerche prima di poter essere completamente validati. Se ciò avverrà, la possibilità di identificare i pazienti a rischio aumentato di sviluppare nel futuro un infarto miocardico con un esame semplice come quello della retina, associato a dati demografici facilmente ottenibili dal paziente è certamente molto rilevante. Non credo che siamo di fronte a una rivoluzione copernicana e a uno stravolgimento del nostro modo di stratificare il rischio cardiovascolare. Certamente però questo test potrà rappresentare un’arma potente in più da aggiungere a quelle di cui disponiamo per valutare il rischio di sindromi coronariche. È infine da sottolineare come l’intelligenza artificiale, utilizzando la tecnica del ‘Deep learning’ abbia permesso di ottenere tali risultati, e probabilmente nel prossimo futuro questa metodologia sarà sempre più utilizzata”.

I ricercatori hanno affermato che i cambiamenti nella vascolarizzazione della retina possono offrire diverse informazioni sulla salute di un essere umano. In che modo c’è una relazione tra retina e cuore?
“L’ aterosclerosi è una malattia sistemica e pertanto, pur con numerose eccezioni, quando questa è rilevata in un distretto vascolare è più probabile che sia presente anche in altre sedi. Va per esempio ricordato che pazienti con malattia coronarica hanno una più alta probabilità di avere alterazioni aterosclerotiche anche a livello del circolo carotideo, e viceversa. Anche i piccoli vasi dell’organismo, e in particolare quelli della retina, possono essere interessati da alterazioni che dipendono dalla presenza dei fattori di rischio: in particolare nel diabete e nell’ipertensione è presente un’importante retinopatia (microangiopatia) spesso associata a eventi cardiaci. La malattia dei piccoli vasi infatti può interessare anche la circolazione coronarica ed è uno dei fattori che possono provocare l’infarto miocardico”.

L’elemento chiave di questa metodica risiede in una particolare misura della retina – chiamata “dimensione frattale” -, insieme a vari schemi di ramificazione dei vasi sanguigni, che può essere correlata al rischio di malattia coronarica e quindi all’infarto del miocardio.
“I vasi retinici presentano varie alterazioni nei pazienti con ipertensione, diabete e malattie cardiovascolari, quali incroci arterovenosi, microaneurismi, aumentate riflettenza e tortuosità: proprio lo studio di queste anomalie ha fornito le informazioni più rilevanti per predire il rischio di infarto”.

Siamo in grado di prevedere se e quando questa metodica potrebbe essere adottata anche in Italia?
“Certamente se altri studi confermeranno quanto riferito dagli autori, proprio per la sua semplicità questa metodica potrà essere utilizzata dai cardiologi di tutto il mondo e quindi anche da noi. Il grosso vantaggio è la facilità con cui si possono ottenere informazioni sul rischio del paziente; ovviamente questo è soltanto un dato dei tanti dati necessari per prendere decisioni a livello clinico su chi sottoporre ad accertamenti più approfonditi sulle coronarie. Ma potrebbe in effetti avere una grande validità per la possibilità di eseguire in tempi rapidissimi uno screening dei pazienti. Una collaborazione con gli oculisti sarà fondamentale, è anche però possibile che gli stessi cardiologi imparino in breve tempo a valutare le alterazioni circolatorie della retina”.

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