I trasporti pubblici di Milano e della Lombardia sono sotto stress per la chiusura del Passante ferroviario dal 23 luglio scorso (310 corse soppresse giornalmente) che costringono i pendolari che entrano in Milano a penalizzanti trasbordi sui mezzi metropolitani e di superficie dell’Atm per raggiungere il centro.

Nonostante questa situazione sia Trenord che Atm hanno sorprendentemente annunciato pesanti aumenti tariffari per l’autunno: Trenord del 4% delle tariffe ferroviarie e Atm di 30 centesimi il biglietto ordinario (sono esclusi gli abbonamenti) per metro, autobus e tram. Il biglietto passerebbe a 2,20/2,30 euro nonostante il recente rincaro del ticket da 1,50 a 2 euro del 2019 quando fu introdotto il sistema integrato a zone, che lasciava però sempre scoperte di servizi pubblici ampie zone dell’area metropolitana milanese.

Com’era prevedibile anche tutte le altre città della Lombardia hanno subito annunciato i loro aumenti delle tariffe: Mantova e Cremona +8,6%, Bergamo 7,1% Brescia 7,6%, le altre città lombarde stanno predisponendo il loro aumenti. Ora è esploso lo scarica barile tra la regione e i comuni (il trasporto viene gestito da agenzie di trasporto pubblico locale i cui azionisti sono comuni, province e, in misura minore, la regione). I comuni affermano che l’adeguamento all’inflazione è un obbligo dettato dal Regolamento regionale 10 giugno 2014, n.4 Sistema tariffario integrato regionale del trasporto pubblico, mentre la regione sostiene che in questo regolamento viene data solo la facoltà di aumentare o meno le tariffe e non c’è alcun obbligo. Non solo, ma il dispositivo regionale prevede che per fare gli aumenti andrebbero raggiunti parametri di efficienza e di qualità dei servizi che invece le aziende di trasporto pubblico non hanno raggiunto.

Se il trasporto pubblico locale cittadino (gestito quasi ovunque dal centrosinistra) piange, c’è da dire che anche quello ferroviario gestito dalla regione di centrodestra non ride, anzi sta proprio peggio. Infatti le disastrate ferrovie lombarde hanno fatto un nuovo scivolone con la chiusura del Passante e ora pretenderebbero di aumentare del 4% le tariffe. Un nuovo schiaffo all’esercito, sempre più esiguo, dei pendolari lombardi costretti ad abbandonare il treno e i mezzi pubblici per i pesanti disservizi subiti o l’assenza di servizi strutturati e coincidenti tra città e provincia. La pandemia aveva già messo in evidenza la grave insufficienza del trasporto pubblico locale lombardo, la rigidità dei servizi offerti e l’assenza di elasticità per andare incontro allo scaglionamento degli orari delle scuole in particolare.

I servizi ferroviari e automobilistici urbani ed extraurbani sono talmente rigidi da far ruotare l’offerta dei servizi sulla base della normativa contrattuale dei turni del personale e non sulla base delle necessità di rimodulare i servizi per le esigenze di studenti e pendolari. Durante la pandemia i sussidi pubblici non sono mancati, a partire dalla cassa integrazione e per finire
con la garanzia di vedersi comunque corrisposto il 60% del contributo pubblico anche per le percorrenze non effettuate (tagliate) per cause di “forza maggiore”. Nessuna penale è stata corrisposta alle aziende di trasporto, anzi, nel caos generale non è da escludere che i ricavi siano stati maggiori dei costi.

Con questi aumenti è emerso plasticamente un sistema di trasporti autoreferenziale, monopolista e inefficiente. A differenza di quasi tutta Europa, dove l’affidamento dei servizi viene assegnato per gara, da noi i comuni o le regioni decidono direttamente a chi affidare il servizio. Si genera una commistione di interessi che, nonostante gli enormi sussidi pubblici, gli utilizzatori del trasporto pubblico locale sono pochi anche rispetto all’enorme spesa pubblica.

La decisione della Germania di spendere oltre 2,5 miliardi di euro per offrire tre mesi di abbonamento mensile a soli nove euro che vale per tutti i mezzi di trasporto è stata un discreto successo perché si sapeva di poter contare su servizi efficienti e aziende ben organizzate. Ci sono state difficoltà ma per l’assalto ai mezzi. Anche la Spagna – che ha un sistema di trasporto pubblico molto sviluppato ed esteso, dotato di autobus moderni, una rete capillare di tram, metropolitane, e una vasta infrastruttura ferroviaria – ha deciso di rimborsare il 100% degli abbonamenti ferroviari per tre mesi per tenere al riparo le buste paga dall’inflazione, dare un segnale di attenzione all’ambiente e un chiaro messaggio sociale.

Chiaro che il costo di questi provvedimenti non potrà essere mantenuto a lungo. Spagna e Germania però non hanno una Atac (ve ne sono tante altre sull’orlo del collasso tecnico/finanziario nel nostro Paese) o una Trenord e quindi possono scommettere su questo investimento. In Italia l’investimento lo stiamo facendo da anni con enormi contributi pubblici e risultati deludenti per la vita delle città, per l’ambiente e per lo sviluppo rachitico del settore. Ecco perché gli aumenti prospettati non sono giustificati senza un miglioramento dei servizi e un loro potenziamento. Inoltre, chi vuole gli aumenti tariffari prima azzeri il management dell’azienda.

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