Ha retto il processo “Epicentro” che si è concluso stamattina con una pioggia di condanne per i boss della ‘ndrangheta di Reggio Calabria. Dopo quattro giorni in camera di consiglio, il gup Francesco Campagna ha emesso la sentenza. Il dispositivo è stato letto in aula bunker al termine del processo che si è celebrato con il rito abbreviato per gli imputati coinvolti nelle inchieste “Malefix”, “Nuovo corso” e Metameria”. Associazione mafiosa, estorsioni e danneggiamenti. Sono le principali accuse per cui alla sbarra ci sono i principali esponenti delle famiglie reggine: dai De Stefano-Tegano-Molinetti ai Libri, passando per i Condello, i Barreca, i Rugolino, i Ficara, i Latella e gli Zito-Bertuca. Boss e gregari per i quali, nel corso della requisitoria, sono stati chiesti quasi 800 anni di carcere dal procuratore Giovanni Bombardieri e i sostituti della Dda Stefano Musolino, Walter Ignazitto, Nicola De Caria e Giovanni Calamita.

Il processo di primo grado si è concluso con 53 condanne e 5 assoluzioni. L’impianto accusatorio ha retto al vaglio del gup che ha inflitto la pena più pesante, 23 anni di carcere, è a Domenico Calabrò, per il quale la Dda aveva chiesto 20 anni perché ritenuto il principale consigliere del boss ergastolano Filippo Barreca. Quest’ultimo è stato condannato a 20 anni di reclusione così come Demetrio Condello, Carmine De Stefano, Orazio De Stefano, Antonio Libri e Luigi Molinetti detto “la Belva”. Tra gli altri, inoltre, nel processo di primo grado sono stati giudicati colpevoli: Donatello Canzonieri (19 anni e 8 mesi di carcere), Giandomenico Condello (18 anni e 10 mesi), Giorgino De Stefano detto “Malefix” (12 anni e 8 mesi), Paolo Rosario De Stefano (14 anni), Edoardo Mangiola (18 anni), Alfonso Molinetti classe 1957 (12 anni e 2 mesi), Antonino Monorchio (16 anni e 8 mesi), Carmine Polimeni (16 anni) e Domenico Tegano (18 anni). Sono stati assolti, invece, Demetrio Gattuso, Luana Barreca, Giuseppe Campolo, Antonio Cappelleri e Maria Modafferi.

Il processo “Epicentro” chiude la trilogia di indagini iniziata negli anni novanta con l’inchiesta “Olimpia” e proseguita con il processo “Meta” nato dalle indagini del Ros sulla cattura del boss Pasquale Condello detto il “Supremo”. “Malefix” è il soprannome di Giorgino De Stefano, rampollo ormai quarantunenne dell’omonimo clan ‘ndranghetista di Archi, trapiantato a Milano (dove gestisce un ristorante frequentato da personaggi famosi) e compagno di Silvia Provvedi, influencer ed ex concorrente del Grande Fratello. Figlio di don Paolino De Stefano, boss ucciso all’inizio della seconda guerra di mafia negli anni otta, Giorgino è stato uno dei principali imputati del processo che ha dato il nome all’inchiesta “Malefix”. Dall’attività investigativa è emerso che le cosche operavano “nel territorio della provincia, nonché sull’intero territorio nazionale e all’estero”, “attraverso una consolidata e comune sinergia operativa”. A Reggio Calabria c’era e c’è ancora una ’ndrangheta “destefanocentrica”, caratterizzata dalla “definitiva e unitaria sinergia tra le famiglie mafiose a prescindere dalle contrapposizioni e dalle divisioni del passato”.

In aula il pm Ignazitto l’ha ripetuto più volte: “Tutto ruota intorno ai De Stefano e ad Archi, che è il punto in cui comincia e finisce la ‘ndrangheta di Reggio Calabria e forse la ‘ndrangheta di tutta la provincia. La cosca De Stefano è la più potente e la più autorevole. È quella di fronte alla quale tutti alla fine fanno un passo indietro”. “Parliamo di ‘ndrangheta vera, di ‘ndrangheta di Serie A. – ha aggiunto il magistrato – Non è possibile che da trent’anni questa città debba vivere sotto la pressione sempre delle stesse persone. Noi vogliamo una città di Reggio Calabria in cui se arriva Carmine De Stefano, la gente possa dire ‘e chi se ne frega’. Non è possibile continuare a vivere dopo trent’anni, in una città in cui ancora devono tremare i polsi, perché qualcuno si chiama De Stefano o si chiama Molinetti”.

Le indagini della Direzione distrettuale antimafia hanno fatto luce anche sulle tensioni registrate tra le cosche di Archi per la conquista del potere nel quartiere di Gallico: le intercettazioni, infatti, hanno fotografato le spinte scissioniste di Luigi Molinetti detto “Gino la Belva” e dei suoi figli. Si tratta di fibrillazioni che hanno rischiato di provocare una faida, bloccata nell’estate 2020 dagli arresti eseguiti nell’ambito dell’operazione “Malefix”. Nelle scorse settimane, i pm hanno depositato due memorie nel fascicolo del processo. Quasi un migliaio di pagine dove è spiegato che “gli imputati, ciascuno per la sua parte, hanno scientemente alimentato il perverso circuito mafioso che da decenni funesta il territorio reggino, soffocato dal clima di omertà e reticenza e limitato nella crescita economica per effetto del sistematico ricorso alla pratica del racket”.

“Si tratta, in sostanza, – si legge nelle carte della Procura – dei massimi responsabili di quella cappa di asfissiante illegalità che da decenni incombe sulla città di Reggio Calabria e sul suo hinterland, determinandone l’inesorabile decadimento culturale, sociale ed economico. La spregiudicata arroganza criminale, la spiccatissima tendenza al delitto e all’uso delle armi, la costante evocazione (a tratti nostalgica) dei tragici eventi della seconda guerra di mafia, l’inarrestabile volontà di porsi contro le regole dello Stato e di imporre le proprie Leggi, in spregio ai principi fondamentali del vivere civile, traspaiono dagli atti con dirompente evidenza. Non si tratta di azioni delittuose lesive dei diritti delle singole persone offese, ma di condotte (reiterate nel tempo e senza soluzione di continuità) che oltraggiano un’intera comunità, suscitando in migliaia di onesti cittadini, che inermi assistono a tale barbarie, paura, sofferenza e quotidiane mortificazioni”. Ecco perché il maxi-processo “Epicentro” è stato definito “un terremoto giudiziario, una scossa tellurica nelle vicende della ‘ndrangheta di Reggio Calabria”.

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO dai legali Cianferoni e Bucci

“Giorgio De Stefano identificato “MALEFIX” nell’indagine di cui al processo “epicentro” non ha mai detenuto l’alias di “Giorgino”. Lo stesso non è trapiantato a Milano, bensì ha sempre vissuto sin da piccolo a Milano.Altresì, il Giorgio De Stefano, come imputato, ha sempre assunto una condotta lineare e partecipativa al processo, fornendo agli inquirenti ogni prova in suo possesso tesa all’accertamento della verità sulla sua condotta. La sentenza di condanna ad anni 12 e mesi 8, ha escluso le aggravanti di “capo promotore”.

REPLICA L’AUTORE

Prendiamo atto della replica degli avvocati Cianferoni e Bucci, secondo cui il loro assistito “non ha mai detenuto l’alias di ‘Giorgino’”. Non possiamo non ricordare ai difensori che il soprannome dato a Giorgio De Stefano, e riportato nell’articolo, compare più volte nei verbali di diversi collaboratori di giustizia e nelle intercettazioni inserite nel fascicolo del processo “Epicentro”. Sia nella richiesta d’arresto firmata dai pm che nell’ordinanza di custodia cautelare del gip, inoltre, c’è scritto: “De Stefano Giorgio, detto Giorgino”. Per quanto riguarda, invece, il soprannome “Malefix” che ha dato il nome all’operazione antimafia, questo è il nomignolo utilizzato “sempre” dalla compagna di De Stefano, Silvia Provvedi, durante “un famoso reality (‘Il Grande Fratello Vip’) trasmesso nell’autunno del 2018”. Circostanza anche questa citata agli atti così come quella che De Stefano, nato a Milano e “di fatto” lì domiciliato, è “residente” nel quartiere di Archi, feudo della cosca un tempo guidata da suo padre, don Paolino De Stefano, e oggi dai suoi fratelli Giuseppe e Carmine De Stefano. La stessa cosca di cui, stando alla sentenza di primo grado, Giorgio De Stefano non è promotore ma partecipe. Come è scritto nell’articolo.

L.M.

Community - Condividi gli articoli ed ottieni crediti
Articolo Precedente

‘Ndrangheta, narcotraffico ed estorsioni: quattro arresti. Nel bar di fronte al Tribunale di Milano magistrati “spiati”

next