Se il governo è caduto la responsabilità è di Mario Draghi. È lui che lo ha deciso. Sia la scorsa settimana quando è salito dimissionario al Colle, nonostante avesse la fiducia. Sia ora che in Parlamento ha fatto una proposta lontana dalla vera emergenza del Paese, che è quella dei redditi dei cittadini. Sembra quasi che Draghi, rispetto alle emergenze del Paese, viva nell’iperuranio. Niente salario minimo, niente risposte al precariato, niente soluzione al blocco dei crediti del Superbonus, niente attenzione per le piccole e medie imprese lasciate sole durante le emergenze pandemiche di quest’anno e senza interventi contro le speculazioni dei prezzi su beni e sull’energia. In più, l’unica misura contro l’evasione che era il cashback è stata cancellata. Un cashback fiscale era pronto a entrare in vigore con la riforma del fisco, ma è stata bloccata dal centrodestra.

Ciò a cui abbiamo assistito è stato un clamoroso no all’agenda progressista ed ecologica. Eppure abbiamo un enorme problema di precariato, di giovani che lavorano per pochi mesi e pochi euro. In aprile l’Istat ha registrato il record storico di precari. I contratti a termine sono tre milioni e 166 mila, il 12,6% in più di un anno fa e per questo va ripristinato il decreto dignità, sospeso da questo governo.

Cinque milioni di italiani hanno stipendi bassi (spesso sotto i 12 mila euro l’anno) e scarse tutele, sono i cosiddetti lavoratori non standard. E sul salario minimo Mario Draghi ha rimandato alla contrattazione collettiva, come se non avesse alcuna voglia di affrontare il vero problema dei redditi non tutelati, come se non sapesse che in metà Europa esiste una soglia minima di reddito che in Italia viene negata, come se non sapesse che mentre nel resto d’Europa i salari crescono da noi sono fermi o decrescono. E su questa fascia di popolazione pesa di più l’inflazione all’8%, che sta portando a una diminuzione reale delle retribuzioni di oltre un punto percentuale.

La povertà, con 5,6 milioni di persone, non si riesce a ridurre e senza il Reddito di cittadinanza avremmo un milione di indigenti in più. Le nostre imprese si trovano pressate dal caro energia e sono in grossa difficoltà a ripartire.

Sebbene il M5s avesse avanzato proposte concrete contro le speculazioni dei prezzi, non ci sono state risposte. Senza contare le oltre 50 mila aziende che hanno dei crediti con il Superbonus, che non riescono a riscuotere, mettendo a rischio la finanza delle piccole e medie imprese e bloccando cantieri in tutta Italia. Chi ha pensato e strutturato il Superbonus è stato fortemente criticato. Ma è un dato di fatto che la misura, dalla sua messa in vigore, abbia dato l’impulso alla nascita di numerose imprese, abbia dato occupazione e spinto sulla transizione ecologica. Una misura di vantaggio per l’ambiente e l’economia, dunque.

Stiamo rifornendo le famiglie in maniera diffusa di energia rinnovabile, di risparmio energetico per la propria abitazione, ma queste soluzioni energetiche, elogiate dall’Europa, non piacciono a Mario Draghi, lui preferisce che si risolva tutto spegnendo i condizionatori.

Di fronte a tutto questo il centrodestra e altri partiti non parlano di soluzioni concrete per il Paese, c’è solo un galleggiamento. Il M5s è entrato in questo governo con grande generosità e voglia di lavorare per affrontare le problematiche dei cittadini e si è trovato a ingoiare bocconi amari. C’è stato un attacco alla riforma anti-corruzione, l’eliminazione del cashback fiscale, la sospensione del decreto Dignità, l’indebolimento del Reddito di cittadinanza, il blocco del Superbonus. Il progressivo smantellamento di misure largamente apprezzate e utilizzate dai cittadini.

Il M5s ha portato avanti la politica delle proposte, mentre gli altri si sono contraddistinti nella politica dello sfascio e del boicottaggio delle misure per i cittadini. Proprio come hanno fatto Comuni e Regioni governati da altre forze politiche sulle politiche attive del lavoro e sull’inserimento dei percettori del reddito di cittadinanza. In sostanza, Mario Draghi ha detto un secco e clamoroso no ai temi sociali e alla transizione ecologica, perno fondante su cui si muove l’agenda europea.

La maggioranza degli italiani (52,2%), dai dati l’Istat, sono molto preoccupati per la crisi climatica e per le questioni ambientali. Ora sarà la democrazia lo strumento giusto per dare risposte alle disuguaglianze, alle emergenze economiche di questo momento storico e a quelle ambientali.

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