La Corte d’appello di Torino ha assolto un uomo che era stato condannato per stupro in primo grado con motivazioni che stanno facendo discutere. È l’annosa questione degli stereotipi e dei pregiudizi sessisti che persistono nei nostri tribunali e che sono stati condannati dalla Corte Europea dei diritti umani (Cedu).

Ho letto la sentenza con un certo scoramento e ho subito ricordato le parole con le quali la Cedu, nel maggio 2021, ha condannato l’Italia per le motivazioni con le quali assolse sei uomini condannati per stupro in primo grado. Mi riferisco alla cosiddetta sentenza della Fortezza da Basso: “Le autorità giudiziarie evitino di riprodurre stereotipi sessisti nelle decisioni dei tribunali, di ridurre al minimo le violenze di genere e di esporre le donne alla vittimizzazione secondaria con parole colpevoli e moralistiche che rischia di scoraggiare la fiducia delle vittime nella giustizia”.

Per aver contezza delle criticità di questa sentenza si devono leggere le nove pagine in cui si fa una sorta di interpretazione delle intenzioni della vittima, che quella sera si era intrattenuta in una yogurteria con il ragazzo poi accusato di stupro: perché si è fatta accompagnare in una “squallida latrina”? Perché si è fatta tenere la borsa? Perché si è fatta passare i fazzolettini? E soprattutto perché ha lasciato la porta del bagno socchiusa, così da far “insorgere nell’uomo l’idea che quella fosse l’occasione propizia che la giovane gli stava offrendo? Invito che l’uomo non si fece sfuggire e che la ragazza non seppe gestire perché ubriaca e presa dal panico”.

Nella sentenza non viene citato un solo passaggio che si riferisca ad una manifestazione del consenso da parte della ragazza ad avere un rapporto sessuale con quel ragazzo con cui era uscita tante volte, che conosceva da almeno anni e del quale si fidava. L’elemento dello strappo della cerniera dei pantaloni della ragazza per i giudici “non esclude che nell’esaltazione del momento, la cerniera di modesta qualità si sia deteriorata sotto forzatura”. Ma non sono solo questi i nodi di una sentenza che sta facendo nuovamente discutere perché mette a rischio la libertà delle donne.

Durante la trasmissione Tutta la città ne parla (Rai Radio 3) Elena Biagioni, avvocata e vicepresidente D.i.Re, ha commentato la sentenza della Corte d’appello di Torino: “Il problema non è l’assoluzione ma il tipo di ragionamento che è alla base della decisione del giudice e che chiama in causa stereotipi e pregiudizi. Se lascio la porta di casa socchiusa e un ladro entra nessun giudice direbbe che la porta socchiusa è un invito ad entrare, ma quando si tratta dell’integrità fisica e psicologica le cose cambiano. C’è la necessità di un profondo lavoro di rielaborazione e aggiornamento da parte dei magistrati. La rete nazionale dei Centri antiviolenza da tempo denuncia la vittimizzazione istituzionale delle donne. Da una indagine Istat sugli stereotipi sessisti è stato rilevato che il 39% degli intervistati ritiene che una donna sia in grado di sottarsi ad una violenza ‘se davvero non vuole’, il 23% pensa che le donne possono provocare, e i magistrati non si discostano dal comune sentire della popolazione e queste sentenze lo confermano”.

Alla trasmissione ha partecipato anche Francesco Menditto, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Tivoli, che ha ricordato la giurisprudenza della terza sessione della Corte di Cassazione specializzata e formata in materia di violenza sessuale, che dovrebbe essere un riferimento per tutti i magistrati chiamati a decidere in processi per violenza sessuale: “La rilevanza di un atto sessuale imposto non può ritenersi condizionata alla manifestazione di un dissenso da parte della vittima: è sufficiente che l’agente abbia la consapevolezza che non sia stato manifestato chiaramente il consenso. La Corte di Cassazione richiede un consenso chiaro per giurisprudenza pacifica, non un comportamento idoneo a manifestare il dissenso”.

Nella sentenza della Corte d’Appello di Torino i giudici si sono focalizzati sul passato della vittima che avrebbe avuto un’infanzia difficile: come se questo dato ne minasse la credibilità. Mentre indagini sulla vittimizzazione hanno evidenziato come ci sia un nesso tra esperienza traumatiche nell’infanzia e il rischio di maggiore esposizione alla violenza in età adulta e hanno rispolverato ancora la provocazione. La donna ubriaca (ma non sarebbe un’aggravante?) avrebbe “dato speranze all’imputato” e quella porta socchiusa del bagno sarebbe stata “un invito ad osare”: passaggi nei quali viene affermata una concezione della sessualità maschile come naturalmente predatoria, col rischio di normalizzare la violenza come evento possibile nelle relazioni uomo-donna. Tutto questo nell’assenza di una consapevolezza della cultura dello stupro e delle sue manifestazioni di dominio sul corpo femminile.

L’occasione farebbe l’uomo stupratore?

Sono state molte le reazioni di indignazione. Tra queste quella della senatrice Valeria Valente – che presiede la Commissione femminicidio – che ha rilevato la non adeguata formazione della magistratura in tema di violenza maschile contro le donne e che ha auspicato l’approvazione del disegno di legge sul consenso in materia di violenza sessuale:

La Procura della Repubblica di Torino farà appello e nel lungo e difficile percorso per il riconoscimento dell’umanità delle donne si deve sperare in una decisione diversa. Non possiamo più aspettare ancora.

@nadiesdaa

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