Avanti un altro. “Nessuno è indispensabile: il nostro sistema darwiniano riuscirà a trovare un nuovo leader a cui darò tutto il mio sostegno”, ha dichiarato il premier britannico Boris Johnson, annunciando così la fine della sua leadership, sia nel Paese che all’interno del Partito Conservatore. Adesso toccherà ai parlamentari Tories scegliere il suo successore attraverso elezioni primarie interne: un passaggio che non sarà immediato, visto che potrebbe richiedere da uno a tre mesi, ma che sarà giocoforza necessario dato che il voto anticipato è piuttosto inconsuete in Gran Bretagna. Per questo c’è da aspettarsi un altro cambio della guardia al numero 10 di Downing Street il prossimo autunno: nonostante le pressioni delle ultime ore, probabilmente soltanto allora Johnson lascerà l’incarico, visto che è destinato a restare in carica per gli affari correnti come fu per altri due suoi predecessori, David Cameron e Theresa May, che dovettero attendere anche loro la fine del lungo processo di scelta dei Tories.

Come funzionano le primarie dei Conservatori – Secondo le regole attuali, un leader per candidarsi deve essere parlamentare e avere il sostegno di almeno otto suoi colleghi. Una soglia piuttosto bassa – se consideriamo che alla Camera dei Comuni siedono 361 Tories – che porta solitamente a un primo turno di votazioni piuttosto affollato, dove i candidati devono ottenere almeno il 5% dei voti dei loro colleghi per rimanere in corsa e passare al turno successivo. Nel secondo turno la soglia si alza al 10%, cioè 36 voti a favore, e nelle fasi successive vengono via via eliminati i candidati che hanno ottenuto il minor numero di preferenze. Quando restano soltanto due candidati vengono chiamati a esprimere la propria scelta anche gli iscritti al partito, il cui voto si va così a sommare a quello dei parlamentari. A decidere modalità e tempistiche del voto è il cosiddetto “Comitato 1922”, formato da 18 membri scelti tra la base parlamentare del partito che non ha incarichi ministeriali, che si occupa del processo di selezione del leader. Nel momento in cui i Conservatori di tutto il Regno si sono espressi, il partito incorona il suo capo e il Paese ottiene un nuovo premier, visto che il leader del partito di maggioranza governa anche il gruppo parlamentare più ampio. A quel punto la Regina non potrà che affidare l’incarico di formare un nuovo governo al nuovo vincitore o vincitrice.

I favoriti – I pretendenti alla carica infatti non mancano. Una di queste è sicuramente Liz Truss, ministra degli Esteri, che non ha mai nascosto le sue ambizioni di leadership dal lontano 2019, quando era ancora segretaria per il Commercio internazionale. Il suo modello di riferimento non è tanto l’attuale premier quanto Margaret Thatcher, di cui ne imita le pose, la retorica battagliera e anche gli slogan politici, visto che promette una nuova rivoluzione liberista in Gran Bretagna. Nonostante qualche gaffe, come il recente invito ai sudditi di Sua Maestà ad andare a combattere in Ucraina, resta una delle candidate preferite nella Conservative Home, la base virtuale del partito, grazie alla sua capacità di unire i princìpi della Brexit, di cui è grande sostenitrice, con gli ideali libertari. Saranno avversari agguerriti anche i protagonisti di queste ultime ore, come il dimissionario Cancelliere dello Scacchiere Rishi Sunak, di origine indiana, uscito dal governo martedì notte, e colui che ne ha preso il posto, cioè Nadhim Zahawi, di famiglia curda e giunto in Regno Unito all’età di undici anni dall’Iraq. A questi si aggiunge anche il ministro della Salute  Sajid Javid, che sogna di diventare il primo premier britannico di fede musulmana. Tutti ottimi candidati secondo i bookmakers, che, insieme a Truss, propongono quote molto basse per la loro elezione. Colui che sembra messo in posizione certamente migliore è Sunak che, nonostante la rivelazione che sua moglie, Akshata Murthy, figlia del miliardario indiano N. R. Narayana, non pagasse le tasse nel Regno Unito in quanto non residente, ha ottime probabilità di arrivare in fondo alla corsa, incentrando il suo programma sulla responsabilità fiscale, il taglio delle tasse e la riduzione del ruolo dello Stato in economia. In crescita anche le quotazioni di Zahawi che, fino a 12 mesi fa, non era nemmeno nel governo. Poi, la grande ascesa: prima responsabile della campagna vaccinale, ministro dell’Istruzione e infine cancelliere dello Scacchiere, una carica che però non gli ha impedito di chiedere al primo ministro Johnson, come altri suoi colleghi ministri, le dimissioni. Nel novero dei favoriti, fa notare il Financial Times, c’è però anche un’altra donna: è Penny Mordaunt, attuale ministra del Commercio, di cui però non è noto il gradimento della Conservative Home, considerando che non fa parte del gabinetto. Tra le principali sostenitrici della Brexit, Mordaunt è entrata nel governo soltanto con Theresa May nel 2019, quando ha assunto l’incarico di Segretario di Stato per la Difesa. La sua posizione anti-Johnson, come testimonia la dichiarazione caustica nel voto di fiducia dello scorso mese “Non ho scelto io questo primo ministro”, unita ai suoi princìpi liberali può sicuramente unire le diverse ali del partito. “Dichiarerà di essere pro-Brexit, sostenendo la Gran Bretagna globale e il liberalismo sociale”, sostiene un parlamentare.

Gli outsider – In una simile corsa non mancano anche coloro che partono dalla seconda o terza fila e sperano magari di poter scalzare posizioni, pur non avendo i favori del pronostico. Alcuni di questi, come per esempio Michael Gove, non sono nuovi a una simile competizione. Alter ego di Johnson nella campagna per il Leave del 2016, l’ex responsabile dello strategico portafogli del Livellamento delle Disuguaglianze Territoriali ha già corso due volte per la carica di leader dei Tories. Un nuovo giro di giostra, con un programma magari incentrato proprio sul superamento delle disparità a livello regionale, non è da escludere, nonostante i bookmakers lo diano a 17. In ascesa anche Ben Wallace, segretario della Difesa che sta ottenendo ampi consensi per la gestione della guerra in Ucraina ma di cui ancora non si conosce né la capacità in altri settori né la profondità della sua squadra elettorale, un dettaglio non secondario in una corsa che non sarà certamente breve. Altro possibile outsider è Tom Tugendhat, presidente della commissione per gli affari esteri, una carica che gli ha dato una discreta visibilità a livello politico. La sua opposizione ideologica a Johnson e le sue precedenti posizioni contro la Brexit non lo pongono in prima fila per ottenere il posto di primo ministro, ma può sperare comunque di ottenere un posto di rilievo nel prossimo governo. “Tom avrà una buona corsa ma…la sua migliore speranza è resistere e ottenere una buona posizione nel prossimo esecutivo oppure diventare il prossimo leader dell’opposizione”, ha dichiarato un parlamentare a lui legato al Financial Times. La competizione è aperta.

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