La scorsa settimana il ministero della Salute ha reso pubblica la relazione annuale sull’attuazione della legge 194/78, con i dati relativi al 2020. Il servizio di interruzione volontaria di gravidanza funziona benissimo… secondo loro. Mi sono presa qualche giorno per fare i conti con quello che ho letto, perché sembra tutto talmente bello da convincerti che ci sia una realtà parallela dove l’aborto non è un percorso a ostacoli. Tornando sul pianeta Terra, però, i territori sono abbandonati, i consultori senza personale, le attese lunghissime e la sanità pubblica ancora impregnata di stigma e giudizi morali sull’aborto.

Partiamo dalla struttura: forse il ministero pensava che non l’avrebbe letta nessuno, come quando dici che accetti tutti i cookies e le policy sulla privacy senza sapere nemmeno cosa siano. E invece, sfogliandola, ci si chiede – per esempio – che utilità può avere per il pubblico fornire i numeri sull’obiezione di coscienza su base regionale. In Calabria quasi il 70% dei ginecologi è obiettore; nel Molise, la mia regione, è l’83% a non praticare aborti… tradotto, però, significa solo un medico non obiettore; in Lombardia il tasso di obiezione è del 60%. Quindi? In quali città posso accedere al servizio? Quali ospedali della provincia mi conviene raggiungere per abortire in modo veloce e sicuro? E al di là della relazione, quali sono gli step che devo compiere per interrompere la mia gravidanza?

Tantissime donne si affidano alle preziose pratiche di mutualismo e all’enorme lavoro di community come @ivgstobenissimo, in cui trovano supporto, consigli, accompagnamento. Questo fatto, però, dovrebbe farci paura: cosa fanno quelle che non hanno accesso a queste informazioni? Quanto si è sole fuori dalla bolla?

O ancora, per quale motivo nella relazione si celebra la riduzione dell’Ivg tra le minorenni (che scende a 1.9 su 1000) e poi non si spende mezza parola per l’accesso alla pillola EllaOne “dei cinque giorni dopo”? Nessuna campagna di informazione, nessuna volontà da parte del Ministero di spingere per un’educazione sessuale (e alla contraccezione) nelle scuole… eppure è proprio la contraccezione – anche d’emergenza – a far abbassare i numerini su queste tabelle, lo ha dichiarato anche il ministro Speranza in più occasioni. Perché non c’è un impegno concreto, allora, su tutto ciò che viene prima dell’Ivg?

Conoscere il proprio corpo e i corpi in generale, parlare di rapporti sessuali protetti, di desiderio e di consenso, di violenza di genere, di gravidanze desiderate e non, di consultori e servizi sanitari territoriali, per rispondere ai dubbi e alle domande di quelle minorenni che non sono solo una riga su un grafico.

La situazione presentata nel documento ufficiale contiene anche informazioni mai avute in precedenza, cioè quelle relative all’accesso all’Ivg durante l’emergenza per il Covid-19. “Nel 2020 il numero di Ivg è diminuito in tutte le aree geografiche”, ma va? Moltissimi reparti ospedalieri sono stati convertiti in reparti Covid, soprattutto per i primi sei mesi della pandemia. Le interruzioni di gravidanza sono state addirittura sospese, nonostante si tratti di procedure dove il fattore tempo è cruciale. Per non parlare di tutte le testimonianze raccolte da @obiezionerespinta riguardo la difficoltà di accedere all’aborto se positive al Coronavirus.

Meno aborti rispetto agli anni precedenti, quindi, è davvero una buona notizia? Ci raccontano che va tutto bene, perché non sono loro a dover bussare alle porte di ventitré ospedali prima di potersi vedere riconosciuto un diritto. E a forza di bussare, prima poi, butteremo giù le porte.

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