Sul divieto europeo di commercializzazione di auto e veicoli commerciali leggeri con motori endotermici dal 2035 la Commissione Europea e l’Europarlamento hanno deciso, il Governo tedesco no. Non ancora. E a quanto pare le idee all’interno dell’esecutivo sono tutt’altro che chiare.

Christian Lindner, il ministro delle finanze e numero uno dei liberali (con l’11,5% il più piccolo dei tre partiti della coalizione “semaforo” che dalla fine dello scorso anno guida il paese), è stato lapidario a Berlino, intervenendo al “Tag der Industrie”, la conferenza degli industriali: la Germania non voterà a favore del bando.

Per Lindner, ma anche per il suo collega di partito e ministro dei trasporti Volker Wissing, i liberali non possono accettare il divieto. Il ragionamento è che anche dopo il 2035 in alcune regioni del mondo la mobilità continuerà a non essere elettrica per decenni. Lindner teme che con il divieto europeo di immatricolazione di veicoli nuovi alimentati da unità a combustione verrà a mancare il processo di sviluppo e innovazione, almeno in Germania e nel Vecchio Continente. “Per questa ragione ho deciso, abbiamo deciso, che all’interno del Governo non approveremo la direttiva comunitaria”, ha dichiarato. La VDA, l’associazione dell’industria automobilistica tedesca, aveva già liquidato il progetto come prematuro: “È troppo presto per introdurlo”, aveva detto la presidente Hildegard Müller.

I Verdi, entrati nell’esecutivo federale come seconda forza con il 14,8%, la vedono diversamente. Steffi Lemke, portavoce del partito ecologista della ministra dell’ambiente, che è la socialdemocratica Svenja Schulze, è stata esplicita almeno quanto Lindner: “Il governo federale sostiene pienamente la proposta della Commissione e del Parlamento europeo di autorizzare dal 2035 in poi solo la vendita di autovetture e di veicoli commerciali leggeri nuovi a emissioni zero”.

Tra pochi giorni è in programma un incontro se non decisivo, quasi. Il 28 giugno si terrà il vertice del Consiglio dell’Unione Europea al quale prendono parte i ministri dell’ambiente: l’organismo, in cui sono rappresentati i governi degli stati membri, dovrà assumere una posizione. Diversi paesi, a cominciare da quelli della parte orientale del continente dove l’infrastruttura di ricarica è quasi inesistente, potrebbero cercare di sbarrare la strada al provvedimento sul quale la Germania, ma non solo, nutre forti perplessità.

Il nuovo cancelliere Olaf Scholz aveva già rivisto l’obiettivo mancato da chi l’ha preceduto, Angela Merkel: anziché un milione di elettriche nel 2020, vuole un milione di punti di ricarica nel 2030. Ma intanto il suo esecutivo punta a ridimensionare i bonus per le plug-in. Nel programma di legislatura era prevista una revisione degli incentivi, che nel caso della ibride ricaricabili potrebbe condurre a una sostanziale eliminazione già con il prossimo anno. Per il ministro dell’economia Robert Habeck (scrittore di professione ed esponente dei Verdi) le ibride ricaricabili hanno già un loro mercato e non necessitano più di finanziamenti. Un passo avanti rispetto al più cauto passaggio del testo dell’accordo in cui si leggeva che la riforma del sistema di incentivi doveva essere finalizzata al sostegno di quei veicoli per i quali esiste un “comprovato effetto positivo sulla protezione del clima”. Le elaborazione dei dati sulla percorrenza delle plug-in hanno invece dimostrato che i conducenti caricano assai raramente le batterie e quindi viaggiano con emissioni di CO2 anche superiori perché i modelli, spesso suv, sono anche più pesanti.

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