Si complica l’iter della riforma del Consiglio superiore della magistratura e dell’ordinamento giudiziario, l’ultima delle tre “riforme Cartabia” dopo quelle del processo penale e civile (qui la scheda con i principali contenuti del provvedimento). Il testo, approvato a larghissima maggioranza alla Camera, è atteso in Aula al Senato a partire dalle 15.30 di mercoledì, con il voto finale fissato a giovedì 16. Obiettivo difficile, perché c’è da superare lo scoglio dei 257 emendamenti depositati in Commissione Giustizia, in gran parte firmati da partiti di maggioranza: 61 vengono dalla Lega, 86 da Italia Viva. In mattinata, per provare a sbloccare l’impasse, la Guardasigilli ha convocato un vertice con il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico d’Incà e i capigruppo di maggioranza in Commissione. Ma è stato un fallimento: sia il leghista Simone Pillon che il renziano Giuseppe Cucca hanno rifiutato di ritirare le proprie proposte come chiesto da Cartabia, e per ora non lo faranno nemmeno Alessandra Maiorino del M5S (che ne ha firmate sette) e Pietro Grasso di Leu (che ne ha firmate otto). Di fatto, l’unico a dire di sì all’appello della ministra ritirando i suoi tre emendamenti è stato Giacomo Caliendo di Forza Italia (il Pd non ne aveva presentati. ).

A partire dalle 15, dunque, in Commissione si è iniziato a discutere e votare “al buio” gli emendamenti residui: si sarebbe dovuto cominciare già lunedì, ma alla fine si è deciso di limitarsi all’illustrazione. La seduta è rimasta sospesa fino alle 16 in attesa dei pareri della Commissione Bilancio, dopodiché si è decisa una nuova sospensione fino alle 19: i lavori proseguiranno con ogni probabilità anche domattina. Il rischio concreto è che passino modifiche che costringerebbero il provvedimento a tornare alla Camera per una terza lettura: in quel caso l’elezione dei membri togati del nuovo Csm (fissata a settembre insieme a quella dei laici) dovrebbe tenersi con il vecchio sistema, accusato di aver favorito le degenerazioni correntizie (ma secondo molti osservatori il nuovo sarebbe persino peggio). I numeri infatti sono a favore del centrodestra unito, che con l’aiuto di Italia Viva può contare su 12 voti su 23 (5 della Lega, 4 di Forza Italia-Udc, 2 di FdI e uno di Iv), anche se Forza Italia ha detto di voler rimanere fedele agli accordi. E il momento è delicatissimo: il timore del governo è che la débâcle dei referendum sulla Giustizia (e la sconfitta nel derby con Giorgia Meloni alle comunali) spingano Matteo Salvini a forzare la mano per recuperare consensi.

D’altra parte il Capitano l’ha detto chiaramente in conferenza stampa, il giorno dopo il voto: “Nell’ottica dei sì che hanno vinto con tutti i cinque i quesiti (ma l’affluenza è stata la più bassa di sempre, ndr), la Lega porterà in Commissione delle proposte che siano conseguenti”. E martedì, in un’intervista al Corriere, anche la sua responsabile Giustizia Giulia Bongiorno non ha rassicurato affatto l’esecutivo: “Voteremo tutti gli emendamenti in linea con i referendum, i nostri e quelli degli altri partiti“. A rischio di far cadere il governo? “Non so se esiste questo rischio, per noi l’obiettivo era e resta una riforma della giustizia incisiva. Le proposte depositate da Lega, Fratelli d’Italia e Italia Viva sono molto simili tra loro: puntano a inserire nella riforma la separazione assoluta delle funzioni di pm e giudici (quella che non si è riuscita a realizzare per referendum, mentre il testo attuale prevede ancora la possibilità di un passaggio) e criteri ancora più stringenti sulla valutazione dei magistrati. Con due emendamenti identici, inoltre, i leghisti vorrebbero far rientrare dalla finestra la responsabilità civile diretta dei magistrati, su cui la Corte costituzionale ha bocciato il quesito referendario.

“Il referendum ha dimostrato che gli italiani chiedono che sia il Parlamento ad affrontare la riforma della giustizia e noi facciamo il nostro mestiere”, dice il relatore del provvedimento al Senato, il leghista Andrea Ostellari: “Le nostre sono proposte migliorative, sarà il Parlamento, come prevede la Costituzione, a decidere se approvarle o meno”. Il ministro D’Incà esclude il ricorso alla fiducia (che d’altra parte dovrebbe essere posta su ognuno dei 43 articoli del testo): “Abbiamo avuto un confronto con le forze di maggioranza e abbiamo chiesto di procedere con il calendario dell’Aula, che vede il voto finale nella giornata di giovedì per poter andare all’elezione del prossimo Csm con le nuove regole. In maggioranza ci sono alcune posizioni diverse sugli emendamenti proposti ma abbiamo la sicurezza di poter trovare un accordo dei gruppi per andare in Commissione oggi e poter chiudere entro questa sera o al massimo domani mattina”, dichiara. “Mi pare evidente che qualcuno, dopo la sconfitta al referendum, punti all’affossamento della riforma Cartabia già approvata a larghissima maggioranza alla Camera”, attacca Anna Rossomando, responsabile Giustizia del Pd.

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