Alla vigilia Giorgia Meloni aveva assicurato che lei e Matteo Salvini non avrebbero certo fatto la fine di Romeo e Giulietta. Parole pronunciate dal palco a Verona, l’unica città in cui i due si sono fatti vedere insieme e dove il sindaco uscente Federico Sboarina rischia di abdicare come re Lear, per restare in ambito Shakespeare: andrà al ballottaggio, ma dieci punti dietro al centrosinistra di Damiano Tommasi. Nonostante la presenza contemporanea della leader di Fratelli d’Italia e quello della Lega, infatti, Sboarina paga la spaccatura del centrodestra: Forza Italia, infatti, ha puntato sull’ex sindaco Flavio Tosi. Arrivato terzo in classifica col 23%, l’ex primo cittadino si prende la sua doppia rivincita: intanto perché, tra due settimane, i suoi voti diventeranno fondamentali per spingere Sboarina al ballottaggio. E poi perché, quando lo spoglio è ancora in corso, la sua lista civica è data al 10%, quattro punti sopra la Lega dello storico rivale Salvini, che prende praticamente la metà di voti di Fdi.

La doppia sconfitta di Salvini – Come volevasi dimostrare, infatti, il leader che ha rischiato più di tutti dal voto di domenica è stato proprio quello del Carroccio. Salvini, infatti, è il promotore del referendum sulla giustizia, il più grande flop dell’intera storia repubblicana: il 20,9% di affluenza equivale al record peggiore di sempre. E questo si era capito già domenica notte. Lunedì pomeriggio, invece, Salvini ha scoperto di aver ceduto un’altra fetta di elettorato a Giorgia Meloni. Ecco perché dopo aver disertato la conferenza stampa notturna sul referendum, si è precipitato a tessere le lodi del centrodestra che vince “solo se unito”. Poi, però, gli hanno fatto la domanda più dolorosa: chi sarà il leader della coalizione l’anno prossimo? “Lo decideranno gli italiani alle prossime politiche“, ha risposto il capo del Carroccio. La speranza è l’ultima a morire ma l’impressione è l’ex ministro abbia ormai ceduto lo scettro di leader con legittime aspirazioni da premier.

Chi ha vinto al primo turno è di Fdi – Lo spoglio è ancora in corso ma basta dare un occhio ai risultati più netti e alle tendenze che seguono le percentuali per farsi un’idea. Non c’è dubbio, infatti, che il centrodestra esce vincitore da questo primo turno delle elezioni amministrative, conquistando Palermo con Roberto Lagalla e confermandosi a Genova e L’Aquila con Marco Bucci e Pierluigi Biondi. Quest’ultimo è l’unico ad avere una tessera in tasca ed è quella del partito di Meloni. Appartenenza che condivide con Alessandro Tomasi, confermato primo cittadino di Pistoia. Con due terzi delle schede scrutinate, nella città toscana Fdi è al 14% mentre il Carroccio supera di poco il 4 e rischia addirittura di rimanere fuori dal consiglio comunale. Un rischio analogo a quello che sta correndo a Parma, la città citata da Salvini per attaccare Fdi in campagna elettorale. A sentire l’ex ministro dell’Interno, infatti, nella città ducale il centrodestra avrebbe potuto vincere a primo turno se fosse andato compatto. I 7 punti percentuali conquistati dal candidato sindaco di Fdi, Priamo Bocchi, non avrebbero però cambiato i destini di Pietro Vignali, inchiodato al 21%, col Carroccio sotto la fatidica soglia del 5.

Dove la Lega insegue – Va meglio a L’Aquila, dove la Lega raggiunge l’12ma è in ritardo di otto punti rispetto al partito di Meloni. Più comprensibile il 5% accreditato a Palermo a Prima l’Italia, il simbolo usato da Salvini per correre al Sud. Anche nel capoluogo siciliano, però, Meloni fa il pieno e con l’11% contende il titolo di primo partito della città a Forza Italia. Male pure a Catanzaro, dove Salvini si toglie la soddisfazione di aver puntato su Valerio Donato (che va al ballottaggio da primo in classifica) ma rischia anche qui di prendere meno voti di Fdi. Anche a Genova il Carroccio insegue col 6%, mentre il partito di Meloni sfiora il 10. Fdi sui dieci punti anche a La Spezia, dove il civico Pierluigi Peracchini ottiene la riconferma al primo turno e i leghisti non superano l’8.

Il Nord si scopre con Meloni – Peggiore la situazione al Nord, roccaforte del voto leghista che si va pian piano riconvertendo al melonismo. In Piemonte, ad Alessandria, il sindaco uscente è del Carroccio: si chiama Gianfranco Cuttica di Revigliasco e si giocherà probabilmente al riconferma la ballottaggio. La Lega, però, non supera i 10 punti percentuali mentre Fdi sfiora il 15. Ad Asti l’uscente Maurizio Rasero potrebbe ottenere il secondo mandato già al primo turno, mentre la Lega insegue Fdi con un ritardo di 2 punti (5 a 7) e si fa soprassare pure da Forza Italia all’8. Il partito di Salvini resta primo a Lodi dove tiene col 9,4 e i meloniani si fermano all’8,3. Il centrodestra, però, rischia di perdere la città lombarda restituendola al centrosinistra: la sindaca Sara Casanova va verso la sconfitta, battuta da Andrea Furegato del Pd. Situazione opposta a Belluno, dove dopo 10 anni il centrodestra sta scippando la città al centrosinistra con Oscar De Pellegrin: Fdi e Lega sono rispettivamente al 10,4 e al 9,4. Un altro segnale poco incoraggiante per il Carroccio arriva sempre dal Veneto, storico feudo del sole delle Alpi: a Padova il centrosinistra si conferma al governo della città, come da previsioni. Sconfitto Francesco Peghin, candidato scelto da Salvini tra i maldipancia dei leghisti veneti. E infatti pure qui Fdi è il primo partito dellla coalizione con l’8%, mentre il Carroccio insegue, poco sopra il 7.

Le liti con Forza Italia e le regionali in Sicilia – Insomma: se davvero dovesse continuare ad andare così non c’è più alcun dubbio su chi dovrebbe essere il leader – anzi la leader – del centrodestra. I condizionali, però, sono d’obbligo. Nonostante un turno di elezioni positivo, infatti, la coalizione sembra sempre pervasa da feroci guerre intestine. Non solo quelle tra Salvini e Meloni, ma pure le frizioni tra gli esponenti di Fratelli d’Italia e Forza Italia. In Sicilia, dove il centrodestra unito ha sfondato nel capoluogo, Gianfranco Miccichè pensa già alle regionali del prossimo autunno. “Senza dubbio, per tenere unito il centrodestra, Nello Musumeci deve fare un passo indietro alle Regionali”, ha detto il viceré siciliano di Silvio Berlusconi. Immediata la replica di Fdi, che notoriamente sponsorizza il governatore. “Se noi che siamo il primo partito non facciamo gli aut aut agli altri, perchè mai gli altri devono poterli fare a a noi?”, è la domanda retorica che si pone Francesco Lollobrigida. Concetto ribadito subito dopo da Meloni: “Noi abbiamo le nostre idee, ho letto delle dichiarazioni da parte di altri assolutamente fuori luogo. Non diamo aut aut, non ne diano altri”.

Il nodo del governo e il caso Messina – La leader di Fdi, entusiasta per i dati provenienti da tutta Italia, non ha resistito a provocare gli alleati. E ha quindi consigliato a Salvini e Berlusconi di lasciare il governo di Mario Draghi: “Fossi in loro lo farei”, ha detto. “Non confondiamo il governo di Belluno e di Palermo con gli enormi problemi che l’Italia dovrà affrontare. Noi siamo l’unico bersaglio per tutti, se avessi voluto una vita comoda non avrei fatto il leader della Lega”, ha replicato amaro Salvini. Che proprio dalla Sicilia potrebbe avere una soddisfazione inattesa. Arriva da Messina, dove a rompere la coalizione è stata proprio lui che oggi elogia il centrodestra unito. Nella città sullo Stretto, invece, la Lega non ha seguito Fdi e Forza Italia e ha puntato su un outsider: si chiama Federico Basile, lo conoscevano in pochissimi, ma visto che è l’uomo scelto dall’uscente Cateno De Luca sta per vincere al primo turno. De Luca si è dimesso in anticipo proprio per poter correre da governatore in autunno: evidentemnete quindi neanche la Lega intende appoggiare la conferma di Musumeci. In questo senso la città sullo Stretto rappresenta un laboratorio nel laboratorio. Sarà un caso ma se a Verona Shakespeare ha ambientato la tragedia di Romeo e Giulietta, a Messina ha preferito immaginare una commedia, con un titolo che 500 anni dopo sembra ancora attualissimo: Molto rumore per nulla.

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