Gli scatti, anzi lo scatto, uno solo, quello sul Colle della Maddalena nella tappa verso Torino, quasi un tributo alla carriera. Poi la resistenza, l’orgoglio, le emozioni di Vincenzo Nibali, in un mare di noia della classifica e di nulla del ciclismo italiano, nel Giro che ha incoronato Jay Hindley, non proprio un carneade ma quasi, primo australiano della storia a vincere la corsa rosa.

Il Giro d’Italia 2022 verrà ricordato come l’ultima volta di Nibali (se l’addio, annunciato nella sua Catania, sarà davvero confermato) e poi sarà dimenticato presto. Non è stata un’edizione memorabile, né per i colori azzurri, né per lo spettacolo in generale: quasi 3.500 chilometri per risolvere tutto sull’ultima salita, in particolare sulle ultime rampe del Fedaia, dove Hindley ha staccato il favorito Richard Carapaz, dopo che i due rivali tra tattica ed energie al lumicino avevano corso appaiati per tutte le tappe. Troppo poco per emozionare gli spettatori già orfani dei big.

L’unico sussulto ce lo ha regalato Nibali, che chiude la sua esperienza al Giro con un quarto posto, dopo le indimenticabili vittorie del 2013 e del 2016 (a cui si aggiunge il capolavoro al Tour de France 2014, e la Vuelta 2010). Avrebbe meritato anche di più per la sua storia (lasciare con un podio sarebbe stato il massimo), ma davvero non poteva fare di più. È un piazzamento dignitoso, per lui e per l’Italia, ma un po’ come lo straordinario secondo posto di Damiano Caruso nel 2021, non fa altro che nascondere la profondissima crisi del nostro movimento.

Buono per le apparenze e per la sua carriera, questo quarto posto va comunque contestualizzato, frutto soprattutto della mediocrità della corsa. Con tutti i big al Tour, con Joao Almeida eliminato dal Covid, Nibali in realtà è arrivato ultimo (anzi, penultimo, davanti solo a Pello Bilbao) fra gli uomini di classifica, parecchio lontano dai primi tre, che poi sono a loro volta lontanissimi dall’élite mondiale.

Ancora una volta, ma questa probabilmente è stata l’ultima, c’è voluta la classe infinita di Nibali per sentirci un pochino protagonisti di un Giro d’Italia che appartiene sempre più agli stranieri. Ci siamo aggrappati a un quasi 38enne, e anche a Domenico Pozzovivo, che va addirittura per i 40 e che, nonostante la solita maledetta sfortuna che lo ha accompagnato anche in questa edizione come un po’ in tutta la carriera, è riuscito a piazzarsi ottavo. Dietro, cioè davanti perché presto Nibali e Pozzovivo non ci saranno più, c’è il nulla. E l’assenza di Caruso, dirottato dalla sua squadra sul Tour, è una magra consolazione, considerando che anche lui ormai ha quasi 35 anni.

La crisi del ciclismo italiano, la drammatica assenza di uomini da corse a tappe, non è una novità: è un problema conclamato da anni, che affonda le radici in svariate cause, dalla mancanza di una squadra italiana nel circuito maggiore che valorizzi i nostri pochi talenti (spesso destinati a una vita da gregari in team stranieri), a metodologie di allenamenti e formazione ormai obsolete. In un panorama sempre più globalizzato (basti dire che negli ultimi 10 anni hanno vinto il Giro ben 6 nazioni che non lo avevano mai fatto: Canada, Colombia, Olanda, Regno Unito, Ecuador e ora l’Australia), l’Italia si ritrova periferia di questo sport.

Niente di nuovo, dunque. Semmai, da questo Giro arrivano notizie ancora peggiori. Perché abbiamo scoperto che le due maggiori speranze per l’immediato futuro, Giulio Ciccone e Lorenzo Fortunato, probabilmente non saranno mai in grado di fare classifica: il primo ha colto una vittoria a Cogne, è un ottimo corridore, ma non da Grande Giro; il secondo è stato rimbalzato dalle montagne. Si è parlato di delusione ma la colpa non è loro, bensì di un movimento che cerca disperatamente talenti anche dove non ce ne sono. Il successo di Fortunato sullo Zoncolan nel 2021 aveva illuso, un po’ come ora l’impresa di Alessandro Covi sulla Marmolada ha acceso speranze probabilmente indebite su un buon giovane che avrà magari futuro su altri terreni. I giovanissimi più attesi, Aleotti (72esimo) e Fancellu (neanche convocato), sono ancora acerbi per il professionismo. Il Giro 2022 ci ha solo ricordato che nelle corse a tappe l’Italia era Vincenzo Nibali. Adesso, neanche più lui.

Twitter: @lVendemiale

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