Al-Jazeera si appellerà alla Corte penale internazionale (CPI) dell’Aia per chiedere giustizia per la giornalista palestinese Shireen Abu Akleh, uccisa con colpi di arma da fuoco alla testa lo scorso 11 maggio nei pressi di Jenin, in Cisgiordania, mentre stava seguendo alcuni scontri tra soldati israeliani e palestinesi. Lo ha annunciato la stessa emittente televisiva, aggiungendo che gli avvocati di Al-Jazeera – insieme a esperti legali internazionali – stanno preparando un fascicolo sull’uccisione della giornalista da inviare alla CPI. La tv con sede in Qatar e l’Autorità Palestinese accusano i militari israeliani di aver deliberatamente ucciso Shireen Abu Akleh (“il governo israeliano è pienamente responsabile di questo atroce crimine” che fa parte “della politica quotidiana perseguita dall’occupazione contro il nostro popolo, la sua terra ei suoi luoghi santi”), mentre Israele respinge le accuse definendole una “sfacciata menzogna”.

“La rete si impegna a seguire ogni percorso per ottenere giustizia per Shireen e garantire che i responsabili del suo omicidio siano assicurati alla giustizia e ritenuti responsabili in tutte le piattaforme e i tribunali internazionali della giustizia” ha scritto nel comunicato Al-Jazeera. “Oltre all’uccisione di Abu Akleh, il fascicolo includerà anche il bombardamento israeliano e “la distruzione totale” dell’ufficio di Al-Jazeera a Gaza nel maggio 2021, e “i continui incitamenti e attacchi” ai giornalisti di Al-Jazeera che lavorano nei territori palestinesi occupati. Per l’emittente televisiva, l’uccisione o l’aggressione fisica dei giornalisti che lavorano nelle zone di guerra o nei territori occupati devono essere riconosciuti come “crimini di guerra“, ai sensi dell’articolo 8 dello statuto della Corte penale internazionale.

L’ambasciatore della Palestina alle Nazioni Unite Riyad Mansour ha ribadito – in occasione della riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite tenutasi giovedì – che l’uccisione di Abu Akleh “non è stato un errore”, visto che la giornalista indossava l’elmetto e un giubbotto “chiaramente contrassegnato con la parola ‘press'”. E ha aggiunto: “Non veniamo uccisi per quello che facciamo, ma per quello che siamo. Non veniamo uccisi per errore, ma come parte di un grande progetto per dichiarare a tutti che nessuno è al sicuro, in modo da farci vivere con la paura nei cuori. Lo fanno per farci arrendere. Se sei un palestinese, sei un obiettivo legittimo“.

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